lunedì 19 settembre 2016

Anima di Pasternak



Anima mia, fossa comune...
Dopo lo scandalo legato alla pubblicazione del Dottor Živago all'estero e al Premio Nobel, Pasternak deve mettere da parte un grande progetto di riedizione delle sue poesia in Unione Sovietica, già in cantiere nel 1956. In quell'anno, comunque, erano uscite nove poesie che entreranno in un nuovo libro, Quando rasserena, composto tra il 1956 e 1959, e percorso dal filo rosso della memoria e della vocazione della poesia, dove l'io ritrova se stesso e il proprio senso nel ritrarsi e farsi medium, servo: contenitore anonimo delle ceneri della Storia. Anima entra in quest'ultimo libro. Il Pasternak, che spesso viene letto come il poeta lirico per eccellenza, colui che afferma la Vita e si apre al tutto, qui si fa becchino di Amleto e impasta la sua poesia con il terriccio delle fosse comuni, delle tombe senza nome e senza ricordo del suo Secolo-belva. E con l'epigrafe crea un bel cortocircuito tra Memoria e Oblio: "Un livre еst un grand сimetièrе sur lа рlupart dеs tombes оn nе реut рlus lire les noms еffacés". Marcel Proust

Anima mia, donna in lutto
per quelli che mi attorniano,
sei divenuta il loculo
dei martoriati vivi.

giovedì 8 settembre 2016

Di rivoluzioni, bambini e libri illustrati. Da Giulia De Florio, la nostra inviata speciale a Londra




London calling
Quando si ha un Super Io grande come un trilocale mansardato c’è soltanto un modo per conviverci: fregarlo. Perciò, quando stai per finire la tesi di dottorato e la parola “vacanze” per quest’estate l’hai sotterrata nel giardino del vicino (tanto lui in ferie ci è andato, il maledetto), basta trovare una mostra indispensabile per scrivere LA verità finale sul tuo argomento e spacciare tre giorni senza libri e pc per «missione di ricerca».
Ah, a Londra, of course.

House of Illustration, 2 Granary Square, King’s Cross London.
Atmosfera da ex fabbrica dimessa, area riportata in vita con quel misto di finta trascuratezza e compromesso vecchio/nuovo che agli inglesi riesce sempre bene.
Un piccolo edificio, inaugurato nel 2014 come spazio dedicato all’illustrazione, da maggio a settembre ospita la mostra A New Childhood. Picture Books from Soviet Russia.
Tutto il materiale proviene dalla collezione personale di Sasha Lurye (Aleksandr Lur’e, presumo) che da ieri si è acquistato la mia personale e imperitura invidia.
L’organizzatrice, Olivia Ahmad, introduce la mostra sul suo blog e ne parla con cognizione di causa – lo dico perché non è sempre così, anche in mostre più famose.
Tre stanze, non troppo grandi, tappezzate di libri illustrati russi degli anni Venti e Trenta. Pardon, sovietici. E sì, perché i bolscevichi partono in quarta sull’argomento infanzia.
Dal 1917 il governo si mobilita in favore dei bambini, prima di tutto con iniziative concrete e lodevoli – il numero dei bambini abbandonati o orfani (una Guerra mondiale, una Rivoluzione e una guerra civile decimano e disperdono famiglie un po’ dappertutto) è mostruoso, «Infanzia randagia» s’intitola una sorta di report di inchiesta di V. Zenzinov (tradotto in italiano nel 1930, un miracolo) che dà un quadro veritiero e tremendo della situazione.
Nascono colonie, scuole, case e centri di recupero per ospitare bambini e ragazzi destinati, se non presi in tempo, a diventare ladri, malavitosi e criminali.
Impossibile, nel Paese del radioso avvenire.
A fianco e a complemento di politiche più strettamente sociali ci si muove anche sul fronte culturale. Che cosa devono leggere i bambini nati nel secondo tumultuoso decennio del XX secolo in una nazione enorme, devastata dalla guerra e da due Rivoluzioni, ma ora pronta – almeno così pare – a mettersi alla guida dei paesi comunisti, a diffondere il verbo marxista-leninista in tutto il mondo?
Qualcosa però si inceppa: da una parte insegnanti, pedagoghi, critici ligi – capitanati dalla signora Lenin (N.K. Krupskaja) mettono al bando la fantasia, l’immaginazione e la favola: la realtà è cambiata e a lei sola deve pensare il bambino sovietico. Tecnologia, spirito collettivo, edificazione sono le parole chiave.
Dall’altra gli anni Venti sono marchiati a fuoco dalle avanguardie, dai dibattiti – tra tutti e su tutto; Arvatov chiama a raccolta gli artisti perché diano opere «utili e comprensibili», le riviste letterarie nascono, si incrociano, muoiono e risorgono alla velocità della luce, finalmente elettrica in tutto il Paese («il comunismo è il potere sovietico + l’elettrificazione del Paese» dice zio Lenin).
È un tumulto senza fine, un complicatissimo quadro in cui Stato, censura, arte e politica sembrano viaggiare in cordata, rigidamente vincolati uno all’altro. È un momento di sfrenato fervore che investe anche la letteratura per l’infanzia, per la prima volta trattata come genere a sé stante e come terreno fertile su cui far crescere una tradizione.

lunedì 1 agosto 2016

Il 31 luglio è morto il grande scrittore Fazil' Iskander

Fazil' Iskander: la letteratura russa canta l'Abchasia

La biografia di Fazil' Iskander è composita e reca in sé le tracce delle complicate politiche sovietiche sulle nazionalità. Lo scrittore nasce nel 1929 a Suchumi e da piccolo perde il padre che nel 1938 viene espulso dall'URSS per la sua origine iraniana.
Tra il 1937 e il 1938, infatti, era stata attuata una "repressione per linea nazionale". Si trattava di una campagna di repressione di massa ai danni di persone di nazionalità non sovietica (polacchi, finlandesi, iraniani, cinesi, ma anche italiani, americani...) con il pretesto di combattere le spie capitaliste. Dall'agosto 1937 al novembre 38 vengono coinvolte 335.513 persone, di cui il 73,66% fucilati, mentre altri deportati ed espulsi. Gli iraniani vengono coinvolti nel gennaio 1938 con tanto di decreto ufficiale dell'NKVD (Chlevnjuk, 2000, pp. 162-163).
Quindi Fazil' viene cresciuto dalla famiglia abchasa della madre. Nel 1948 va a Mosca a studiare, prima biblioteconomia e poi dell'Istituto Gor'kij della Letteratura Mondiale, dove sii laurea nel 1954. Comincia a lavorare come consulente letterario per varie testate locali e a pubblicare racconti dal 1952.
All'apparenza, dunque, questo è un esempio di una fortunata e libera russificazione, che ha comportato anche l'assimilazione dei valori di libertà della cultura altra assimilata, comprese le sue istanze liberali e, quindi, anche una posizione di moderato dissenso, come l'episodio della pubblicazione all'estero della versione completa di Sandro da Čegem dimostra.

martedì 26 luglio 2016

E il ragazzo... Leggiamo la prima poesia di Anna Achmatova




Michail Kuzmin, altro poeta della variegata galassia che non saprei definire se non “postsimbolista”, chissà perché scrisse la prefazione di Večer, La sera, la prima raccolta di Achmatova. E la scrive così bene che cinquant'anni dopo Anna Andreevna notò che avrebbe potuto essere una introduzione perfetta per la sua grande opera della maturità, il Poema senz'eroe. Cosa aveva mai detto, quell'astuto volpone (non per altro vien chiamato Cagliostro), di fronte alla ragazzetta e a una manciata di poesie d'amore?

venerdì 22 luglio 2016

Il paradosso di Achmatova acrobata



Il grande si fa piccolo per farsi immenso. 
 Nel 1911 esordisce Anna Achmatova, subito letta come poetessa d'amore, "poetessa da camera" (in realtà, no: lei è un poeta): un'elastica ragazzetta, moglie del poeta famoso Gumilev, che strabilia alle soirées bohémiennes della Torre di Vjačeslav Ivanov con numeri d'acrobazia varia. Eppure, in men che non si dica si ritrova al centro di accese polemiche. Dapprima, la sua poetica viene usata per spiegare la crisi del simbolismo, il movimento allora dominante, matrice di tutto quello che sarebbe venuto dopo; poi i formalisti affinano su di lei il loro metodo. Il gioco si fa presto pesante e le polemiche da letterarie (cioè oziose e tutto sommato innocue) si fanno politiche, tanto che dal 1925 si trasforma in uno dei bersagli preferiti del discorso ufficiale sovietico. Così, anche Anna Andreevna non si sottrae al destino comune di tutti i grandi poeti russi: la Storia irrompe e inciampa tra i giambi e le rime, anche se queste sembrano dare il là solo a minime canzoncine e a stornelli popolari. 
E' un continuo andirivieni tra il grande e il piccolo, questo rutilante primo Novecento russo: ai suoi inizi, la poesia aveva nutrito un gusto particolare per concezioni ampie e massimamente dilatate. Il cosmo era la dimensione quotidiana, si andava per stelle come per funghi, anche se da buoni russi non ci dimenticava delle radici terrestri del tutto. L'io più intimo e privato della lirica era trattato come un luogo in cui si esercitavano e manifestavano le forze del macrocosmo. Ora, all'incirca dopo il 1910, quando si affaccia al mondo la generazione postsimbolista, si rivendica l'hic et nunc, il piccolo e concreto. E il maître Vjačeslav Ivanov si scoccia, infatti: «In Gumilev tutto sport, in Achmatova flirt», sembra abbia detto velenoso.

lunedì 27 giugno 2016

Tostoevskij

Ripropongo qui una riflessione dell'interessantissimo Kirill Pomeranc. L'avevo postata su FB due anni fa, ma qui rimane indicizzata:
"In Tolstoj Napoleone viene semplificato fino a renderlo come un lacchè, in Dostoevskij un lacchè comincia a pensare e a vedere le cose come un Napoleone.
Tolstoj affida il processo a Katjuša a un procuratore incompetente e in debito di sonno, a un avvocato incompetente e a un presidente di corte incompetente e di fretta; Dostoevskij si immagina un procuratore competente, un avvocato geniale, il risultato è lo stesso: un errore giudiziario; la tendenza è la stessa: mostrare che i nuovi tribunali borghesi non sono meglio di quelli vecchi e feudali, che l'uomo non può giudicare l'uomo. Ma leggere l'arringa di Fetjukovic è molto più interessante che leggere la minestra riscaldata delle arringhe di 'Risurrezione'".

venerdì 24 giugno 2016

Brexit e il pane mal cotto: Una riflessione di Osip Mandel'štam dopo la Prima Guerra Mondiale



Osip Mandel’štam, Frumento umano (1922)
“Molti, molti chicchi di grano in un sacco, per quanto li scuoti, li setacci, chicchi restano. Nessuna quantità di russi, di francesi, di inglesi è in grado di formare un popolo, son sempre chicchi nel sacco, sempre frumento umano ancora non macinato, convertito in farina, son solo una quantità. Questa pura quantità, questo frumento umano brama essere macinato, trasformato in farina, cotto in pane. La condizione di chicco di grano nel pane corrisponde alla condizione della persona in quella unione completamente nuova e non meccanica che si chiama popolo. E possono esserci appunto epoche in cui non si sforna pane ben cotto, quando i granai sono pieni di frumento umano, ma non si macina, il mugnaio è decrepito e stanco, e le larghe ali palmate dei mulini impotenti aspettano di lavorare.
Il forno della storia, un tempo così largo, e spazioso, il forno caldo e domestico, si è messo in sciopero. Il frumento umano ovunque rumoreggia e si agita, ma non vuole diventare pane, benché sia costretto dai rozzi padroni di granai e depositi che si considerano i suoi padroni.
Per i popoli europei l'era del messianesimo è finita per sempre e senza ritorno. Ogni messianesimo dice pressapoco così: siamo soltanto noi il pane, voi siete solo chicchi indegni di macinatura, ma noi possiamo far in modo che anche voi diventiate pane. Ogni messianesimo è originariamente in cattiva fede, menzognero e si basa sull'impossibile risonanza nella coscienza di coloro a cui si rivolge con la sua proposta. /.../ Parlano tutti nel vuoto e i discorsi deliranti escono contemporaneamente da bocche diverse senza farsi caso l'un con l'altro. /.../
Nell'Europa contemporanea ogni idea nazionale è votata al nulla finché l'Euroap non troverà se stessa come un tutt'uno, non si concepirà come una identità morale. Fuori da una coscienza comune, continentale, non è possibile nessun, anche il minimo, spirito nazionale. L'uscita dalla dissoluzione delle nazioni, dalla condizione di chicco nel sacco per andare verso l'unità universale, verso un'internazionale, per noi passa dalla rinascita della coscienza europea, per la ricostituzione dell'europeismo come nostro più grande spirito nazionale.
/.../ C’è bisogno d’uno sguardo sobrio: l’Europa di oggi è un enorme granaio di grano umano, di autentico frumento d’uomini, e ora il sacco di questo grano è più monumentale del gotico. Ma ogni chicco conserva la memoria di un antico mito elleno, di come Giove si è trasformato in un semplice toro e, sull'ampia schiena, sbuffando pesantemente, con rosea schiuma di stanchezza sulle labbra, ha portato attraverso le acque terrestri un prezioso fardello, la tenera Europa, mentre lei con le deboli braccia si teneva al suo collo forte e quadrato.”

giovedì 23 giugno 2016

Anna Achmatova e i tortelli di San Giovanni



Il mitico compleanno di Anna Achmatova

«E io sono nata, peraltro, come ci si doveva aspettare, nella notte di San Giovanni, tra il 23 e il 24 giugno» (Taccuini)

Anna Achmatova nacque l'11 giugno 1889, secondo il vecchio stile, il calendario giuliano, usato tuttora dalla Chiesa Ortodossa. Quel giorno si festeggiano i Santi Apostoli Bartolomeo e Barnaba. Santi rispettabili, certo, ma poco poetici.
Ma Anna Andreevna non si lascia scoraggiare da ininfluenti particolari e si ritaglia su misura il compleanno giusto, la notte di San Giovanni, notte di malie, incantesimi e vaghe promesse di fecondo futuro. Perché, se tramutiamo l'11 giugno dell'Ottocento nel calendario gregoriano, risulta proprio il 23 giugno. Poco importa se le feste religiose seguono sempre il calendario giuliano e quindi quella di San Giovanni cade tra il 6 e il 7 luglio. Licenza poetica: il poeta si forgia da sé la propria biografia, infilando la propria immaginazione come un coltellino che fa forza e allarga una fessura del tempo, nelle pieghe e nelle incongruenze dei calendari.

La festa di San Giovanni è speciale in tutte le tradizioni, non per niente se n'è impossessata anche la massoneria. E' una festa che risulta da una complessa stratificazione nel processo di cristianizzazione. In Russia il giorno di Giovanni il Battista si incrosta sulla antica festa slava dedicata al dio pagano Kupala, la notte più breve dell'anno. Notte di riti e sortilegi, legati ai principi primi della materia, l'acqua, il fuoco e le erbe (non per niente anche a Parma si fanno i tortelli alle erbette, che devono essere irrorati della rugiada di questa notte, tanto benifica).
Bagni rituali (ma a volte pericolosi, perché nella notte si svegliano anche le forze impure) rivisti poi nel Battesimo del Battista, falò purificatori, attorno a cui si danza e si salta, erbe curative, potenziate dalla rugiada e utili a scacciare demoni e malattie.

E, infatti, la fattucchiera Achmatova riempie le sue poesie di erbette ed erbacce: basta gigli, rose e viole, è il momento di bardane, convolvolo e ortiche. Lo aveva capito fin dall'inizio Cvetaeva, che Anna era una strega, una Cassandra veggente che strologava sventure.

O musa del pianto, la più bella tra le muse!
O tu, rampollo forsennato della notte bianca!
Tu scagli una nera tormenta sulla Russia,
e le tue grida ci trafiggono come frecce.

E noi ci scansiamo, e un sordo “Oh!”
Centomila volte ripetuto, leva a te giuramento, Anna
Achmatova! questo nome è un enorme sospiro,
E cade nel profondo senza nome.

Per noi è un privilegio calpestare
la tua stessa terra, lo stesso cielo sopra di noi!
E colui che è stato ferito dal tuo destino di mortale
si avvia già immortale al suo letto di morte.

Nella mia città che canta le cupole sono in fiamme,
il vagabondo cieco loda il Santo Salvatore...
E io ti faccio dono della mia città di campane,
Achmatova! E il mio cuore in sovrappiù.

Marina Cvetaeva, 1916

lunedì 7 dicembre 2015

Ah, il corsivo di Dostoevskij!

"Lei gli lesse il Discorso della Montagna.
- Assez, assez, mon enfant, basta... Non pensate che questo basti?"
I demoni, parte III, cap. VII, par. II.

lunedì 4 agosto 2014

Daniil Charms non ha inventato niente!








"C’era un uomo con i capelli rossi, che non aveva nè occhi nè orecchie. Non aveva neppure i capelli, per cui dicevano che aveva i capelli rossi tanto per dire. Non poteva parlare, perchè non aveva la bocca. Non aveva neanche il naso. Non aveva addirittura nè braccia nè gambe. Non aveva neanche la pancia, non aveva la schiena, non aveva la spina dorsale, non aveva le interiora. Non aveva niente! Per cui non si capisce di chi si stia parlando.
Meglio allora non parlarne più".

Questo è uno dei grandi pezzi della letteratura dell'assurdo novecentesca: Daniil Charms, Quaderno azzurro numero 10. E' una specie di striptease della persona, il grado zero dell'umano e, di conseguenza della scrittura e del linguaggio.

Ma, ecco, il giovane Dostoevskij, ispirandosi a Gogol' (e beffandosi di lui), come del resto Charms, nel Sogno dello zio fa un po' la stessa cosa e dissolve il povero vecchio principe che svanisce davanti ai nostri occhi, lasciandoci solo con un palmo di NASO...


"- Come osate, principe, insultare una nobildonna! Se io sono un barile, be' allora voi siete un senza gambe...
- Senza gambe chi, io?
- Massì, senza gambe, sissignore, e poi anche senza denti, caro mio, ecco quel che siete!
- E monocolo, per di più! - si mise a gridare Mar'ja Aleksandrovna.
- Avete un bustino al posto delle vertebre! - aggiunse Natal'ja Dmitrievna.
- La faccia tenuta sù dalle molle!
- Di capelli vostri neanche l'ombra!
- E quei baffetti poi, lo scemo, ce li ha posticci – rincalzò Natal'ja Dmitrievna.
- Ma almeno il naso, Mar'ja Stepanovna, mi lasciate il mio! - sbottò il principe, sbigottito da tutta quella franchezza improvvisa..."