venerdì 25 novembre 2016

25 novembre: Dostoevskij e il corpo delle donne

K.D. Flavickij, La principessa Tarakanova (1864)

Chi subisce violenza è inchiodato per sempre alla violenza. Se è vero, però, che “l'offeso è condannato a girare senza fine intorno all'offensore e a riprodurre le condizioni dell'offesa e a farsi offendere nuovamente” (R. Girard), è vero anche l'opposto e il carnefice è condannato a ripetere la stessa violenza se non intraprende un cammino di redenzione. L'avviluppato rapporto tra vittima e carnefice: è la vittima che si sente in colpa, si lega al carnefice e ne diventa complice, ma anche chi esercita violenza sente un particolare vicinanza con la propria vittima. Il ragno ama la mosca che sta tormentando?
E molti personaggi di Dostoevskij, invischiati nel desiderio di possesso e di dominio, percorrono questa strada. La violenza chiama violenza, il malriposto bisogno di salvezza si risolve nel consumo di un altro essere umano, il più delicato, indifeso e puro. Il Demone di Lermontov, l'angelo caduto sperso negli abissi vuoti dell'essere, brama l'amore della bella e armoniosa Tamara, mentre i demoni di Dostoevskij si rimpiccioliscono in un umanità piccina e sporca, chiusa nelle pieghe del disonore o dell'oppressione sociale, a seconda dei casi.
Il vero sottosuolo è questo, alla fine. Il sottosuolo di oscure pulsione e contrastanti desideri. Tanto sottosuolo che non emerge nemmeno nelle parole, come per l'eroe del sottosuolo. Usare, violare un altro essere umano, possibilmente fresco e innocente, nella disperata speranza di approfittare della purezza altrui per salvare se stessi. A volte, la depravazione può sgorgare assurdamente da uno spiraglio di luce e di rigenerazione, "uno scopo, una vita nuova", come dice Vel'čaninov dell'Eterno marito, o "il profumo di mela appena colta" di cui parla il suo inconcepibile doppio Trusockij. E' la vana ricerca del sollievo in una vita nuova, della risurrezione, aggirando l'unica via possibile, quella della kenosis e del dono di sé.

domenica 6 novembre 2016

99 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre. Pasternak e Dickens



Un incredibile sottotesto del Dottor Živago. Pasternak riflette sui giorni della Rivoluzione prendendo a prestito le parole di Dickens sulla rivoluzione francese. Ma non ce lo dice. Racconta solo che la famiglia Živago legge e rilegge A Tale of Two Cities...
“Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un'epoca di saggezza, era un'epoca di follia, era tempo di fede, era tempo di incredulità, era una stagione di luce, era una stagione buia, era la primavera della speranza, era l'inverno della disperazione, ogni futuro era di fronte a noi e futuro non ne avevamo, diretti verso il paradiso, eravamo incamminati nella direzione opposta. A farla breve, era quello un tempo così simile al nostro che alcune fra le voci più autorevoli, quelle che più strillavano, insistevano a giudicarlo, nel bene e nel male, solamente per superlativi” C. Dickens, Una storia tra due città, trad. it. Di M. Domenichelli, Frassinelli, Milano 2000, p. 7

mercoledì 2 novembre 2016

Underground, o un eroe del nostro tempo di Vladimir Makanin





Oggi Vladimir Makanin ha ricevuto il prestigioso premio Jasnaja Poljana (la tenuta di Tolstoj!), insieme a Ohran Pamuk (per la letteratura straniera in traduzione russa). Gli è stato insignito per un romanzo del 1984, Dove il cielo si unisce alle colline, che non mi risulta essere tradotto in italiano e che anche io non ho letto. Nel 2012, però, Sergio Rapetti ha tradotto per Jaca Book un bel libro di Makanin, dal titolo super evocativo: Underground, o un eroe del nostro tempo. E' da qui che si può incominciare. 
Vladimir Makanin è uno scrittore emerso (dal sottosuolo, motivo variamente giocato in tutta la sua produzione) agli inizi della perestrojka. E’ anche conosciuto in Occidente, dove sono state tradotte alcune sue raccolte.
Matematico di formazione, scacchista per passione, Makanin ha sempre scritto racconti o novelle ben congegniate, spesso dalla carica fortemente allegorica come il famoso Laz [Il cunicolo, in italiano per E/O, tradotto da Daniela Di Sora] che tra surrealismo e assurdo riprende la forma della distopia, tradizionale nella letteratura russa del Novecento da Zamjatin in poi. Il radicamento nella tradizione, nella grande tradizione letteraria russa è forse ciò che ha permesso il discreto successo di Makanin che, considerato uno scrittore postmodernista, piace anche a chi - e in Russia sono molti - non può sopportare il gioco cerebrale e apparentemente freddo di tanta letteratura postmodernista che si trastulla con il passato, usandone i tasselli a piacimento e ad arbitrio. La citazione in Makanin (e in Underground le citazioni iniziano dal titolo, Un eroe del nostro tempo, da Lermontov, ma continuano quasi in ogni paragrafo: Il sosia, Corsia numero..., Scherzo di cane, Una giornata di Venedikt Petrovič) è un segnale non di un gioco, ma dell’immersione nella letteratura patria, del sentirsi inserito in una linea, dove l’appartenenza non si misura da segni esteriori (pubblicazioni, riconoscimenti, cultura), ma dal senso di un essere particolare, quello dello scrittore, della sua missione (il suo sguardo compassionevole). 
Nel caso di Underground, per esempio, Dostoevskij non è solo evocato nel titoletto del paragrafo Il sosia o nei riferimenti al sottosuolo (l’underground degli anni Settanta o la strana predilezione del protagonista per la metropolitana), ma più profondamente in certi ritratti di umiliati e offesi, certe figure di donne, di miti e pure che attraversano ignare e intonse il fango più abbruttente, come Sonja Marmeladova di Delitto e castigo. Nel nostro romanzo, peraltro la prima incursione dell’autore nel regno della “forma grande”, c’è un preciso richiamo a Sonja e a Raskol’nikov, quando l’eroe incontra una giovane flautista mezza scema che vive sola e indisturbata in un pensionato di delinquenti e alla quale vorrebbe, ma non riesce, confessare il suo delitto.
E’ difficile in poche parole tracciare un quadro chiaro dell’argomento fondamentale del libro. Già è difficile determinare quale sia questo argomento fondamentale. La psichiatria con le sue armi di pressione e il suo poco rispetto per l’io dei malati? La società russa degli anni Novanta-Duemila con tutto il seguito di naufragi (chi non si adatta al nuovo corso, chi è sempre stato disadattato) o di subitanee emersioni (i “nuovi russi”, i giovani rampanti biznesmeny, gli scrittori più o meno underground che a buon mercato si fanno un nome, sfruttando le esperienze passate, proprie e non...)? La delazione, i delatori, piccoli, ma micidiali complici della repressione dell’epoca brežneviana, ma che ancora oggi cercano di stare a galla, pescando nel torbido? 
O piuttosto questo è un ennesimo libro dove la letteratura riflette su se stessa, sulla propria missione, sul proprio essere qualcosa (che cosa di preciso non è detto) più grande di se stessa, perché il protagonista Petrovič è uno scrittore senza libri, uno scrittore che non ha mai pubblicato, che non ha più nessuna intenzione di pubblicare (rifiuta, quando glielo propongono) e che, addirittura, non scrive più. 
E paradossalmente è lui il vero scrittore, e non chi scrive e si atteggia ad underground finché fa fino, o anche chi, passato da esperienze autentiche, ha conquistato fama e successo, ma ha perso la libertà, o meglio, la capacità di guardare senza nessun condizionamento. La capacità di vedere il mondo come nessuno lo vede, e, al di là della dimensione puramente estetica, di ascoltare le persone e in qualche modo preservare, custodire la loro debolezza. La capacità salvifica della letteratura, però, qui non è più oggetto di fede, l’autore anzi ci ironizza su più di una volta (per esempio, quando una famiglia semplice lo riconosce come lo scrittore che aveva salvato dal cappio un loro amico che stava per suicidarsi, il racconto di come sono andate realmente le cose, invece, chiarisce come l’aspirante suicida fosse solo un ubriacone vanaglorioso che non avrebbe mai messo in pericolo la propria vita).
Nel racconto-monologo del protagonista la storia si snoda attraverso molteplici microstorie, a tratti si ha l’impressione di essere di fronte a tanti racconti-apologhi, tenuti insieme da fili sottili che li legano alla linea narrativa principale, alle vicende, cioè, di Petrovič (l’eroe è chiamato tutto il tempo con il suo patronimico, mai con il nome), uno scrittore che negli anni Settanta partecipava a quel sottobosco underground che, insieme alla battaglia dei diritti civili e alla letteratura proibita d’inizio secolo, alimentava il samizdat’, la protesta sommersa, lo strappo dal conformismo stagnante di quegli anni. Insieme a lui conosciamo in particolare due amici, l’ebreo russo e il russo russo (inizialmente antisemita, come molti russi russi e poi amico per la pelle dell’ebreo russo, fin al punto di collaborare con lui per sostenere e aiutare l’eterogenea massa di ebrei che scelgono di stabilirsi in Israele). Petrovič ha a che fare con molte donne (vecchie, giovani, attiviste impegnate...), tutte, però, con un tratto comune: la sofferenza, la vita allo sbando. Petrovič le riconosce da lontano, dallo sguardo smarrito, dall’andatura dimessa (“è mia, è lei”), e per questo le ama, anzi, arriva al punto di abbandonarle quando la loro vita sembra girare finalmente dal verso giusto.

sabato 29 ottobre 2016

29 ottobre. La restituzione dei nomi



  


Quando si seppellisce un'epoca,
Non risuona il salmo funebre,
All'ortica, al cardo
Toccherà ornarla.
Anna Achmatova

Il 30 ottobre del 1974 nei lager della Mordovia alcuni zek (i detenuti nei campi di lavoro forzato) organizzarono il giorno dei prigionieri politici in URSS. Piano piano l'iniziativa si diffuse tra i lager e le prigioni dell'Unione Sovietica. Una sorta di grido, quasi rivolto al nulla: noi ci siamo, non ci arrendiamo. Il giorno era accompagnato anche dallo sciopero della fame e altre azioni.
Il grido venne però ascoltato e raccolto da Sacharov che, con qualche amico e sodale, nel suo piccolo appartamento di Mosca, tenne una conferenza stampa sulla questione.
Da quel giorno il 30 ottobre diventò il giorno dei prigionieri politici, celebrato sia all'interno che fuori dei lager.
Nel 1991, il 18 ottobre, il Consiglio Supremo della Repubblica Russa promulgò la legge sulla riabilitazione e scelse proprio il 30 ottobre come giorno per la memoria di tutte le vittime delle repressioni politiche.
Ma, ormai dal 2007,  è il giorno prima, il 29 ottobre, che in silenzio, senza discorsi, senza riti o pompa alcuna, moltissime persone si ritrovano intorno al Masso delle Solovki nella piazza della Ljubjanka e dalle 10 del mattino alle 10 di sera leggono semplicemente i nomi delle vittime. Solo una lunga lista di nomi. Memorial propone delle liste, di solito di persone fucilate a Mosca, ma chiunque può andare e leggere i nomi di parenti o amici e portare una candela.
Non si riesce a legger molto in 12 ore, però. Roginskij di Memorial, parla di solo 3000 circa. 12 ore non bastano.
Qualche anno fa in un'intervista Roginskij faceva un po' di conti... circa 720.000 persone fucilate nel paese (1.700.000 circa di arrestati), durante il Grande Terrore, iniziato un giorno preciso, il 5 agosto 1937 e finito in un giorno altrettanto preciso, il 17 novembre 1938. Si trattava di operazioni di massa, regolate da ordini e condotte in modo abbastanza organizzato e veloce. Condanna ed esecuzione, senza processo, condotta da una trojka o anche dvojka di giudici, spesso su semplici liste, spuntate con uno frettoloso svolazzo che indicava la condanna. A Butovo, nella periferia di Mosca in 15 mesi sono state uccise più di 20.000 persone. E non era il solo “poligono” che a Mosca insaziabimente inghiottiva vite umane.
Oggi, in questo momento, alcune persone si ritrovano in silenzio a Mosca.
Perché tutti hanno il diritto a un nome, tutti hanno il diritto a una tomba...




lunedì 24 ottobre 2016

Da "Requiem" di Anna Achmatova, la trecentesima in fila



La crocifissione
                          Non singhiozzare per Me, Madre, che giaccio nella bara.
I.
Il coro degli angeli glorifico' l'ora solenne
E i cieli si sciolsero nel fuoco.
Al Padre disse: "Perche' Mi hai abbandonato?"
E alla Madre: "Oh, non singhiozzare per Me..."

II.
Maddalena si disperava e singhiozzava,
Il discepolo prediletto era impietrito,
E la' dove in silenzio stava la Madre
Nessuno osava neppure volgere lo sguardo.


Anatolij Najman, molto vicino ad Anna Achmatova, scriveva così di Requiem (scritto tra il 1935 e il 1940, ma mai messo su carta prima del 1962, troppo pericoloso, un rischio mortale): "A rigore Requiem è poesia sovietica, realizzata in quella forma ideale descritta in tutte le sue dichiarazioni. L'eroe di questa poesia è il popolo. Non ciò che è definito tale dagli interessi politici, nazionali o ideali di una maggioranza più o meno estesa di gente, ma tutto il popolo: tutti fino all'ultimo partecipano da questa o da quella parte in ciò che succede. Questa poesia parla a nome del popolo, il poeta è con lui, è una sua parte. La sua parola è semplice quasi come quella dei quotidiani, comprensibile al popolo, i suoi procedimenti diretti: "per loro ho intessuto io un ampio manto di parole povere, che da loro ho origliato". E questa poesia è colma di amore per il popolo."
Questo è l'incipit del poema:

"In luogo di prefazione
Nei terribili anni della "ezovščina" ho trascorso diciassette mesi a fare la
coda presso le carceri di Leningrado. Una volta un tale mi "riconobbe".
Allora una donna dalle labbra bluastre che stava dietro di me, e che,
certamente, non aveva mai udito il mio nome, si ridesto' dal torpore proprio
a noi tutti e mi domando' all'orecchio (li' tutti parlavano sussurrando):
- Ma lei puo' descrivere questo?
E io dissi:
- Posso.
Allora una specie di sorriso scivolo' per quello che una volta era stato il
suo volto."

E' dunque scritto da un poeta, che si annulla nel suo popolo, la trecentesima in fila con il pacco davanti alla prigione. Non l'eroismo dei costruttori indomiti del futuro, ma quello della vittima resistente custode dell'oggi e del passato.

Как хочет тень от тела отделиться,
Как хочет плоть с душою разлучиться,
Так я хочу теперь — забытой быть.
Come vuol l'ombra dal corpo staccarsi,/ Come vuol la carne dall'anima separarsi, / Così voglio io ora - cadere nell'oblio.

Ninnananna e canto funebre della madre per il figlio, io lo vedo come un atto civile, uno spartiacque, passato il quale non si può tornare indietro. Sgorga il Requiem e da lì come un fiume incontenibile altri versi, altri poemi (tra cui Poema senza eroe), un'altra voce. Potente. Regale. Allucinata perché conosce la morte e la pazzia (tema delle ultime due poesie del ciclo) che si annidano nelle pieghe della Storia.
"Libro ombra", "l'altro libro", "la raganella del lebbroso", "quaderno intimo", così lo chiama Achmatova nei suoi diari: "... e veniva il funebre Requiem, il cui unico accompagnamento possibile è solo il Silenzio e i bruschi, radi rintocchi della campana a morto."
Il silenzio, il buco, il nero vuoto, dove sta la Madre sotto la croce.
L'icona si chiama proprio come l'epigrafe della poesia citata: Не рыдай Мене, Мати, Non singhiozzare per Me, Madre... con un verso preso dalla liturgia del Sabato Santo, il canone di Cosma di Maiuma.
Achmatova lavora come un iconografo: contaminando Vangelo e testi liturgici riempie l'essenzialità del suo tratto e la laconicità del suo dire di un significato profondo che monta ad ogni lettura.



lunedì 19 settembre 2016

Anima di Pasternak



Anima mia, fossa comune...
Dopo lo scandalo legato alla pubblicazione del Dottor Živago all'estero e al Premio Nobel, Pasternak deve mettere da parte un grande progetto di riedizione delle sue poesia in Unione Sovietica, già in cantiere nel 1956. In quell'anno, comunque, erano uscite nove poesie che entreranno in un nuovo libro, Quando rasserena, composto tra il 1956 e 1959, e percorso dal filo rosso della memoria e della vocazione della poesia, dove l'io ritrova se stesso e il proprio senso nel ritrarsi e farsi medium, servo: contenitore anonimo delle ceneri della Storia. Anima entra in quest'ultimo libro. Il Pasternak, che spesso viene letto come il poeta lirico per eccellenza, colui che afferma la Vita e si apre al tutto, qui si fa becchino di Amleto e impasta la sua poesia con il terriccio delle fosse comuni, delle tombe senza nome e senza ricordo del suo Secolo-belva. E con l'epigrafe crea un bel cortocircuito tra Memoria e Oblio: "Un livre еst un grand сimetièrе sur lа рlupart dеs tombes оn nе реut рlus lire les noms еffacés". Marcel Proust

Anima mia, donna in lutto
per quelli che mi attorniano,
sei divenuta il loculo
dei martoriati vivi.

giovedì 8 settembre 2016

Di rivoluzioni, bambini e libri illustrati. Da Giulia De Florio, la nostra inviata speciale a Londra




London calling
Quando si ha un Super Io grande come un trilocale mansardato c’è soltanto un modo per conviverci: fregarlo. Perciò, quando stai per finire la tesi di dottorato e la parola “vacanze” per quest’estate l’hai sotterrata nel giardino del vicino (tanto lui in ferie ci è andato, il maledetto), basta trovare una mostra indispensabile per scrivere LA verità finale sul tuo argomento e spacciare tre giorni senza libri e pc per «missione di ricerca».
Ah, a Londra, of course.

House of Illustration, 2 Granary Square, King’s Cross London.
Atmosfera da ex fabbrica dimessa, area riportata in vita con quel misto di finta trascuratezza e compromesso vecchio/nuovo che agli inglesi riesce sempre bene.
Un piccolo edificio, inaugurato nel 2014 come spazio dedicato all’illustrazione, da maggio a settembre ospita la mostra A New Childhood. Picture Books from Soviet Russia.
Tutto il materiale proviene dalla collezione personale di Sasha Lurye (Aleksandr Lur’e, presumo) che da ieri si è acquistato la mia personale e imperitura invidia.
L’organizzatrice, Olivia Ahmad, introduce la mostra sul suo blog e ne parla con cognizione di causa – lo dico perché non è sempre così, anche in mostre più famose.
Tre stanze, non troppo grandi, tappezzate di libri illustrati russi degli anni Venti e Trenta. Pardon, sovietici. E sì, perché i bolscevichi partono in quarta sull’argomento infanzia.
Dal 1917 il governo si mobilita in favore dei bambini, prima di tutto con iniziative concrete e lodevoli – il numero dei bambini abbandonati o orfani (una Guerra mondiale, una Rivoluzione e una guerra civile decimano e disperdono famiglie un po’ dappertutto) è mostruoso, «Infanzia randagia» s’intitola una sorta di report di inchiesta di V. Zenzinov (tradotto in italiano nel 1930, un miracolo) che dà un quadro veritiero e tremendo della situazione.
Nascono colonie, scuole, case e centri di recupero per ospitare bambini e ragazzi destinati, se non presi in tempo, a diventare ladri, malavitosi e criminali.
Impossibile, nel Paese del radioso avvenire.
A fianco e a complemento di politiche più strettamente sociali ci si muove anche sul fronte culturale. Che cosa devono leggere i bambini nati nel secondo tumultuoso decennio del XX secolo in una nazione enorme, devastata dalla guerra e da due Rivoluzioni, ma ora pronta – almeno così pare – a mettersi alla guida dei paesi comunisti, a diffondere il verbo marxista-leninista in tutto il mondo?
Qualcosa però si inceppa: da una parte insegnanti, pedagoghi, critici ligi – capitanati dalla signora Lenin (N.K. Krupskaja) mettono al bando la fantasia, l’immaginazione e la favola: la realtà è cambiata e a lei sola deve pensare il bambino sovietico. Tecnologia, spirito collettivo, edificazione sono le parole chiave.
Dall’altra gli anni Venti sono marchiati a fuoco dalle avanguardie, dai dibattiti – tra tutti e su tutto; Arvatov chiama a raccolta gli artisti perché diano opere «utili e comprensibili», le riviste letterarie nascono, si incrociano, muoiono e risorgono alla velocità della luce, finalmente elettrica in tutto il Paese («il comunismo è il potere sovietico + l’elettrificazione del Paese» dice zio Lenin).
È un tumulto senza fine, un complicatissimo quadro in cui Stato, censura, arte e politica sembrano viaggiare in cordata, rigidamente vincolati uno all’altro. È un momento di sfrenato fervore che investe anche la letteratura per l’infanzia, per la prima volta trattata come genere a sé stante e come terreno fertile su cui far crescere una tradizione.

lunedì 1 agosto 2016

Il 31 luglio è morto il grande scrittore Fazil' Iskander


Fazil' Iskander: la letteratura russa canta l'Abchasia

La biografia di Fazil' Iskander è composita e reca in sé le tracce delle complicate politiche sovietiche sulle nazionalità. Lo scrittore nasce nel 1929 a Suchumi e da piccolo perde il padre che nel 1938 viene espulso dall'URSS per la sua origine iraniana.
Tra il 1937 e il 1938, infatti, era stata attuata una "repressione per linea nazionale". Si trattava di una campagna di repressione di massa ai danni di persone di nazionalità non sovietica (polacchi, finlandesi, iraniani, cinesi, ma anche italiani, americani...) con il pretesto di combattere le spie capitaliste. Dall'agosto 1937 al novembre 38 vengono coinvolte 335.513 persone, di cui il 73,66% fucilati, mentre altri deportati ed espulsi. Gli iraniani vengono coinvolti nel gennaio 1938 con tanto di decreto ufficiale dell'NKVD (Chlevnjuk, 2000, pp. 162-163).
Quindi Fazil' viene cresciuto dalla famiglia abchasa della madre. Nel 1948 va a Mosca a studiare, prima biblioteconomia e poi dell'Istituto Gor'kij della Letteratura Mondiale, dove sii laurea nel 1954. Comincia a lavorare come consulente letterario per varie testate locali e a pubblicare racconti dal 1952.
All'apparenza, dunque, questo è un esempio di una fortunata e libera russificazione, che ha comportato anche l'assimilazione dei valori di libertà della cultura altra assimilata, comprese le sue istanze liberali e, quindi, anche una posizione di moderato dissenso, come l'episodio della pubblicazione all'estero della versione completa di Sandro da Čegem dimostra.

martedì 26 luglio 2016

E il ragazzo... Leggiamo la prima poesia di Anna Achmatova




Michail Kuzmin, altro poeta della variegata galassia che non saprei definire se non “postsimbolista”, chissà perché scrisse la prefazione di Večer, La sera, la prima raccolta di Achmatova. E la scrive così bene che cinquant'anni dopo Anna Andreevna notò che avrebbe potuto essere una introduzione perfetta per la sua grande opera della maturità, il Poema senz'eroe. Cosa aveva mai detto, quell'astuto volpone (non per altro vien chiamato Cagliostro), di fronte alla ragazzetta e a una manciata di poesie d'amore?

venerdì 22 luglio 2016

Il paradosso di Achmatova acrobata



Il grande si fa piccolo per farsi immenso. 
 Nel 1911 esordisce Anna Achmatova, subito letta come poetessa d'amore, "poetessa da camera" (in realtà, no: lei è un poeta): un'elastica ragazzetta, moglie del poeta famoso Gumilev, che strabilia alle soirées bohémiennes della Torre di Vjačeslav Ivanov con numeri d'acrobazia varia. Eppure, in men che non si dica si ritrova al centro di accese polemiche. Dapprima, la sua poetica viene usata per spiegare la crisi del simbolismo, il movimento allora dominante, matrice di tutto quello che sarebbe venuto dopo; poi i formalisti affinano su di lei il loro metodo. Il gioco si fa presto pesante e le polemiche da letterarie (cioè oziose e tutto sommato innocue) si fanno politiche, tanto che dal 1925 si trasforma in uno dei bersagli preferiti del discorso ufficiale sovietico. Così, anche Anna Andreevna non si sottrae al destino comune di tutti i grandi poeti russi: la Storia irrompe e inciampa tra i giambi e le rime, anche se queste sembrano dare il là solo a minime canzoncine e a stornelli popolari. 
E' un continuo andirivieni tra il grande e il piccolo, questo rutilante primo Novecento russo: ai suoi inizi, la poesia aveva nutrito un gusto particolare per concezioni ampie e massimamente dilatate. Il cosmo era la dimensione quotidiana, si andava per stelle come per funghi, anche se da buoni russi non ci dimenticava delle radici terrestri del tutto. L'io più intimo e privato della lirica era trattato come un luogo in cui si esercitavano e manifestavano le forze del macrocosmo. Ora, all'incirca dopo il 1910, quando si affaccia al mondo la generazione postsimbolista, si rivendica l'hic et nunc, il piccolo e concreto. E il maître Vjačeslav Ivanov si scoccia, infatti: «In Gumilev tutto sport, in Achmatova flirt», sembra abbia detto velenoso.