giovedì 16 novembre 2017

Ottant'anni fa a Tomsk veniva fucilato Gustav Špet

 
Era nato il 25 marzo 1879 a Kiev. Dopo studi fisico-matematici nel 1906 aveva terminato la facoltà di filosofia a Kiev e l'anno dopo si era trasferito a Mosca seguendo V.V. Čelpanov di cui è prima allievo e poi collaboratore. In questi primi anni moscoviti, oltre che partecipare ai seminari di psicologia e ai lavori dell'Istituto di Psicologia, fondato dallo stesso Čelpanov, il giovane Špet frequenta assiduamente il circolo simbolista degli Argonauti, attirato dalla poesia, pur non essendo lui un poeta, allo stesso modo con cui il suo amico Andrej Belyj si cimenta in lavori di tipo filosofico e "gioca" a travestirsi da neokantiano: "…e pensai: egli aveva scelto per sé gli argonauti, come un club; io avevo scelto come mio club la filosofia, mentre lui l'arte" (Belyj). Nel frattempo perfeziona la sua formazione filosofica con frequenti soggiorni all'esterno, fino all'anno accademico 1912-1913 che passa a Göttingen presso Husserl: risultato di questa esperienza sarà Fenomeno e senso (Javlenie i smysl, 1914), una disamina critica di Ideen I del filosofo tedesco. In questi anni Špet scrive e pubblica molto: Il problema della causalità in Hume e in Kant (Problema pričinnosti u Juma i Kanta), L'eredità filosofica di P.D. Jurkevič (Filosofskoe nasledstvo P.D. Jurkeviča), La concezione filosofica del mondo di Herzen (Filosofskoe mirovozzrenie Gercena), La storia come problema della logica (Istorija kak problema logiki). Ciononostante, la sua carriera accademica procede con difficoltà, sia sotto il regime zarista (a causa della partecipazione giovanile alle attività del partito socialdemocratico), sia poi in epoca sovietica (già nel 1920 viene allontanato dall'Università di Mosca dove teneva corsi di storia, pedagogia, metodologia delle scienze, filosofia della storia, del linguaggio ed estetica: il suo nome appare inizialmente sulla lista dei filosofi espulsi dal paese nel 1922). Tra gli anni Venti e gli anni Trenta Špet è comunque instancabile organizzatore della vita culturale moscovita: continua a lavorare all'Istituto di Psicologia, è membro del Teatro dell'Arte di Stanislavskij, dell'Associazione Russa degli Scrittori, partecipa all'attività del Circolo Linguistico di Mosca e all'Accademia Statale delle Scienze Artistiche (GAChN), di cui è il vicedirettore. In questo periodo appaiono alcune delle sue opere più significative: Frammenti estetici (Éstetičeskie fragmenty), Lineamenti dello sviluppo della filosofia russa (Očerk razvitija russkoj filosofii), Introduzione alla psicologia etnica (Vvedenie v étničeskuju psichologiju), La forma interna della parola (Vnutrennjaja forma slova). Conosciuto come il discepolo russo di Husserl, fautore di una filosofia come scienza rigorosa, Špet si orienta a una ricerca di carattere fenomenologico che gli offra la possibilità di "smontare" i procedimenti con cui la coscienza opera, al fine di sottoporli a rigorosa analisi. Tale operazione viene da lui condotta attraverso lo studio delle attività significanti dell'uomo (arte, scienza, filosofia), percorrendo a ritroso le vie di formazione del significato di cui egli vuole dar ragione anche dell'aspetto logico-formale (cfr. l'analisi della parola come complessa struttura di forme e la teoria della forma interna come processo operazionale di costituzione del significato), ma senza perdere di vista la concretezza, la materialità storica in cui esso si manifesta. Il problema del linguaggio è un tema fondamentale della sua riflessione filosofica, “non è solo un esempio o un’illustrazione, ma un modello metodologico”. La realtà è data all’uomo sempre in quanto segno, per questo la parola non è solo uno strumento comunicativo, ma anche conoscitivo, perché ogni atto della conoscenza è mediato dal linguaggio. Il linguaggio ha una sua struttura costituita da un insieme teleologico di forme: forme esterne (morfologiche), forme interne (logiche), forme pure (ontologiche). L’analisi della struttura linguistica riguarderà tutto l’insieme dei suoi momenti costitutivi da quello percettivo.empirico a quello ideale-eidetico. L’analisi filosofica della struttura verbale è condotta da Špet su un piano ontologico: “La teoria della parola in quanto segno è il compito di un’ontologia formale, o teoria dell’oggetto all’interno della semiotica”. Come per von Humboldt (e diversamente da Husserl per il quale il linguaggio è il momento iniziale di ogni ricerca logica da superare e depurare), la parola, con la sua complessa struttura che le permette di far ponte tra la sfera del materiale e dell’intelleggibile, rappresenta il modello di ogni percorso da un segno a un significato e come tale è l’indagare e lo smontare questa struttura che costituisce il percorso base di ogni conoscenza. E’ qui che le anticipazioni di una teoria generale semiotica si radicano in una tradizione antica che Špet prende in esame nel suo L'ermeneutica e i suoi problemi (Germevtika i ee problemy) del 1918, ma pubblicato solo nel 1989. Arrestato nel 1935 e condannato al confino, passa gli ultimi anni a Tomsk, traducendo dall'inglese (Tennison, Byron, Dickens) e dal tedesco (la Fenomenologia dello spirito di Hegel). Il 27 ottobre del 1937 è nuovamente arrestato con l'accusa di aver partecipato a un complotto monarchico e fucilato pochi giorni dopo. In italiano è recentemente uscito il suo La forma interna della parola, presso Mimesis, a cura di Michela Venditti.

martedì 6 giugno 2017

La musica, vi prego, sull’amore. Il nuovo disco di Alessio Lega raccontato da Giulia De Florio




E che cosa ci sarà mai ancora da dire su questo nobile e confuso sentimento?
A scorrere distratti una qualsiasi libreria o biblioteca viene male a pensare quante parole sono già state spese sull’oggetto in questione. E quanta musica.
Eppure… c’è amore e amore – e pure modo di cantarlo. Come c’è una sottile differenza tra un tema, una storia e un’urgenza, un pensiero fisso.
Alessio è cantastorie, per le famose non-scelte che il destino fa per te, e la narrazione è tanto parte di lui quanto l’oro per re Mida: canta-conta ciò che tocca, componendo una trama su ogni materiale – soprattutto umano – che incontra. Perciò le sue canzoni sono sempre drammaturgie compiute, nuclei compatti sorretti da melodie cucite su misura (e create da chi, oltre ad avere il talento conficcato nell’orecchio ha anche quello dello psicologo e dell’amico) e restituite dall’energia di un timbro personalissimo e spesso inafferrabile.

venerdì 17 marzo 2017

Konovalov e Kovalev


Oggi, nella sua pagina Facebook, il poeta Dmitrij Strocev ricorda il doloroso 17 marzo di cinque anni fa. Doloroso per il suo paese, la Bielorussia.

Lo fa riportando la parte centrale di un trittico, un lacerato lamento in tre parti, dedicato ai due giovani venticinquenni, Dmitrij Konovalov e Vladislav Kovalev, accusati di essere gli esecutori dell'attentato alla metropolitana che nell'aprile 2011 provocò la morte di quindici persone e parecchi feriti. Dopo un velocissimo processo farsa nel novembre dello stesso anno, il 17 marzo 2012 i due sono stati giustiziati con un colpo di rivoltella alla nuca, senza che i parenti e gli amici fossero avvisati. Lo Stato non ha concesso nemmeno i loro corpi. 
La scrittura di Strocev, la sua poesia, assorbe la cronaca dei nostri telegiornali e del quotidiano surfing sul web, ne intuisce la portata storica, ne trasmette l'orrore e si mette di traverso tra la memoria e l'oblio. 

Eccolo allora, il Reportage di Pasqua, uscito nella settima raccolta di versi di Strocev, Šag (Passo) del 2016, e in italiano nel 2014 con il titolo Reportage di Pasqua e altre poesia nella raccolta Tradurre il Novecento (Parma).
 


ПАСХАЛЬНЫЙ РЕПОРТАЖ




первый месяц

без имени и лица
э т и  н е л ю д и
фотороботы
нарочитые


потом

вспышки
газетных полос
фамилии
Коновалов
и
Ковалёв

с л е с а р ь
и
т о к а р ь
уничтожающее

ничьи
никчёмные

опять

скользкое видео
мутные силуэты
тот не тот

дурная драматургия
пыточный
пот
с кровью


и вот

лифостротон
клетка колизея
в звериной цепи

прямота
свидетельства
мученические глаза
в сердце

улыбка
строка
маме


смерть
где твоя победа
где клики толпы
р а с п н и

один голос
в зале суда
торопливому аду
позор


и ныне и присно

панихида
21 марта
отец Александр
возглашает

новопреставленные
невинноубиенные
Владислав
и
Димитрий


молите Бога о нас







REPORTAGE DI PASQUA



il primo mese

senza nome né viso
q u e s t i  n o n – u o m i n i
identikid
mirati


dopo

flash
di colonne di giornali
i cognomi
Konovalov
e
Kovalev

f a b b r o
e
t o r n it o r e
ti annichilisce

uomini di nessuno
uomini di nessun valore

di nuovo

il video ambiguo
figure vaghe
è lui non è lui

brutto copione
di tortura
sudore
e sangue


e ancora

litostroto
di colosseo galera
in bestiale catena

sincerità
testimonianze
occhi di martiri
nel cuore

un sorriso
un sol rigo
alla mamma


morte
dov'è la tua vittoria
dove le grida della folla
c r u c i f i g e

una voce sola
nell'aula del giudizio
al frettoloso inferno
ludibrio


e ora e sempre

l'ufficio funebre
21 marzo
padre Alessandro
proclama

animesante
martirinnocenti
Vladislav
e
Dimitrij


pregate Dio per noi





 

domenica 5 febbraio 2017

L'insonnia di Puškin



VERSI COMPOSTI DI NOTTE IN TEMPO D'INSONNIA

Non dormo, non ho lume;
Buio ovunque, tetro torpore.
Il monotono ticchettio delle ore
Solo mi picchietta accanto,
Donnesco balbettare della parca,
Palpito della notte addormentata,
Fuga topigna della vita...
Perché mi turbi tu?
Che significhi, noioso borbottio?
Rimbrotto o protesta
Del giorno da me perso?
Da me che cosa vuoi?
Chiami o predici?
Io ti voglio intendere,
Cerco un senso in te...

1830


Il sogno è profetico, porta voci di angeli o suggerimenti divini che danno qualche risposta, un po’ sibillina, per la verità; oppure disegna nuovi scenari, dispiega potenzialità non ancora contemplate o ancora rivela lati oscuri che ci appartengono e non conoscevamo.
Ma la penna dei poeti scricchiola volentieri di notte, quando la mente rumina e il vuoto si riempie di brontolii indistinti. Quello non è il tempo delle risposte. Sono le domande che si succedono ansiose e urgenti. E’ il tempo, nel momento in cui più sembra svuotarsi e farsi nullo, che viene preso per il collarino e interrogato.

domenica 1 gennaio 2017

Valzer infernale di Pasternak


Festeggiamenti, auguri, buoni propositivi, auspici. Le luci che accendiamo nel più nero inverno rischiarano il presagio della primavera ancora lontana.
Giorni di incontri, belle parole, illusioni, speranze.
Pasternak ci accompagna volentieri in questa atmosfera di festa e infatti la sua Stella di Natale è forse una sue delle poesie più citate e amate. Quella stella che fa capolino come un'ospite nella capanna in un'ambientazione normale e quotidiana, tra la folla, le scaramucce e le solite beghe umane ci consola perché la sentiamo, infine, a portata di mano.
Eppure, il motivo del Natale e delle sue feste, e il conseguente richiamo a Blok, esplicito nel Dottor Živago, è tutt'altro che dolciastro scartar di doni d'ordinanza.
C'è un lato oscuro, c'è una tristezza nelle feste che almeno qualche volta abbiamo sentito tutti.
Comincia con un senso di estraneità, lontananza dal diffuso umore gioioso, continua con il sospetto che tutta quella gioia sia solo una chiassosa mascherata, un festino in tempo di peste, direbbe Puškin. Tutto posticcio, una esagerata magnificenza di cartapesta e di belletti che si sgonfia nella baraonda della ricerca dei berretti che inevitabilmente si perdono nel guardaroba. L'umile prosaicità della capanna della Stella di Natale, che ci rassicurava, qui si imbolsisce in una diabolica apparenza senza sostanza. E allora ci prende la paura, un azzurro spavento si profila fuori dalla nostra finestra che si apre con un sbuffo di vento, sempre pronto a spegnere le nostre candele scintillanti, con la loro fragile luce sempre in pericolo.

venerdì 25 novembre 2016

25 novembre: Dostoevskij e il corpo delle donne

K.D. Flavickij, La principessa Tarakanova (1864)

Chi subisce violenza è inchiodato per sempre alla violenza. Se è vero, però, che “l'offeso è condannato a girare senza fine intorno all'offensore e a riprodurre le condizioni dell'offesa e a farsi offendere nuovamente” (R. Girard), è vero anche l'opposto e il carnefice è condannato a ripetere la stessa violenza se non intraprende un cammino di redenzione. L'avviluppato rapporto tra vittima e carnefice: è la vittima che si sente in colpa, si lega al carnefice e ne diventa complice, ma anche chi esercita violenza sente un particolare vicinanza con la propria vittima. Il ragno ama la mosca che sta tormentando?
E molti personaggi di Dostoevskij, invischiati nel desiderio di possesso e di dominio, percorrono questa strada. La violenza chiama violenza, il malriposto bisogno di salvezza si risolve nel consumo di un altro essere umano, il più delicato, indifeso e puro. Il Demone di Lermontov, l'angelo caduto sperso negli abissi vuoti dell'essere, brama l'amore della bella e armoniosa Tamara, mentre i demoni di Dostoevskij si rimpiccioliscono in un umanità piccina e sporca, chiusa nelle pieghe del disonore o dell'oppressione sociale, a seconda dei casi.
Il vero sottosuolo è questo, alla fine. Il sottosuolo di oscure pulsione e contrastanti desideri. Tanto sottosuolo che non emerge nemmeno nelle parole, come per l'eroe del sottosuolo. Usare, violare un altro essere umano, possibilmente fresco e innocente, nella disperata speranza di approfittare della purezza altrui per salvare se stessi. A volte, la depravazione può sgorgare assurdamente da uno spiraglio di luce e di rigenerazione, "uno scopo, una vita nuova", come dice Vel'čaninov dell'Eterno marito, o "il profumo di mela appena colta" di cui parla il suo inconcepibile doppio Trusockij. E' la vana ricerca del sollievo in una vita nuova, della risurrezione, aggirando l'unica via possibile, quella della kenosis e del dono di sé.

domenica 6 novembre 2016

99 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre. Pasternak e Dickens



Un incredibile sottotesto del Dottor Živago. Pasternak riflette sui giorni della Rivoluzione prendendo a prestito le parole di Dickens sulla rivoluzione francese. Ma non ce lo dice. Racconta solo che la famiglia Živago legge e rilegge A Tale of Two Cities...
“Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un'epoca di saggezza, era un'epoca di follia, era tempo di fede, era tempo di incredulità, era una stagione di luce, era una stagione buia, era la primavera della speranza, era l'inverno della disperazione, ogni futuro era di fronte a noi e futuro non ne avevamo, diretti verso il paradiso, eravamo incamminati nella direzione opposta. A farla breve, era quello un tempo così simile al nostro che alcune fra le voci più autorevoli, quelle che più strillavano, insistevano a giudicarlo, nel bene e nel male, solamente per superlativi” C. Dickens, Una storia tra due città, trad. it. Di M. Domenichelli, Frassinelli, Milano 2000, p. 7

mercoledì 2 novembre 2016

Underground, o un eroe del nostro tempo di Vladimir Makanin





Oggi Vladimir Makanin ha ricevuto il prestigioso premio Jasnaja Poljana (la tenuta di Tolstoj!), insieme a Ohran Pamuk (per la letteratura straniera in traduzione russa). Gli è stato insignito per un romanzo del 1984, Dove il cielo si unisce alle colline, che non mi risulta essere tradotto in italiano e che anche io non ho letto. Nel 2012, però, Sergio Rapetti ha tradotto per Jaca Book un bel libro di Makanin, dal titolo super evocativo: Underground, o un eroe del nostro tempo. E' da qui che si può incominciare. 
Vladimir Makanin è uno scrittore emerso (dal sottosuolo, motivo variamente giocato in tutta la sua produzione) agli inizi della perestrojka. E’ anche conosciuto in Occidente, dove sono state tradotte alcune sue raccolte.
Matematico di formazione, scacchista per passione, Makanin ha sempre scritto racconti o novelle ben congegniate, spesso dalla carica fortemente allegorica come il famoso Laz [Il cunicolo, in italiano per E/O, tradotto da Daniela Di Sora] che tra surrealismo e assurdo riprende la forma della distopia, tradizionale nella letteratura russa del Novecento da Zamjatin in poi. Il radicamento nella tradizione, nella grande tradizione letteraria russa è forse ciò che ha permesso il discreto successo di Makanin che, considerato uno scrittore postmodernista, piace anche a chi - e in Russia sono molti - non può sopportare il gioco cerebrale e apparentemente freddo di tanta letteratura postmodernista che si trastulla con il passato, usandone i tasselli a piacimento e ad arbitrio. La citazione in Makanin (e in Underground le citazioni iniziano dal titolo, Un eroe del nostro tempo, da Lermontov, ma continuano quasi in ogni paragrafo: Il sosia, Corsia numero..., Scherzo di cane, Una giornata di Venedikt Petrovič) è un segnale non di un gioco, ma dell’immersione nella letteratura patria, del sentirsi inserito in una linea, dove l’appartenenza non si misura da segni esteriori (pubblicazioni, riconoscimenti, cultura), ma dal senso di un essere particolare, quello dello scrittore, della sua missione (il suo sguardo compassionevole). 
Nel caso di Underground, per esempio, Dostoevskij non è solo evocato nel titoletto del paragrafo Il sosia o nei riferimenti al sottosuolo (l’underground degli anni Settanta o la strana predilezione del protagonista per la metropolitana), ma più profondamente in certi ritratti di umiliati e offesi, certe figure di donne, di miti e pure che attraversano ignare e intonse il fango più abbruttente, come Sonja Marmeladova di Delitto e castigo. Nel nostro romanzo, peraltro la prima incursione dell’autore nel regno della “forma grande”, c’è un preciso richiamo a Sonja e a Raskol’nikov, quando l’eroe incontra una giovane flautista mezza scema che vive sola e indisturbata in un pensionato di delinquenti e alla quale vorrebbe, ma non riesce, confessare il suo delitto.
E’ difficile in poche parole tracciare un quadro chiaro dell’argomento fondamentale del libro. Già è difficile determinare quale sia questo argomento fondamentale. La psichiatria con le sue armi di pressione e il suo poco rispetto per l’io dei malati? La società russa degli anni Novanta-Duemila con tutto il seguito di naufragi (chi non si adatta al nuovo corso, chi è sempre stato disadattato) o di subitanee emersioni (i “nuovi russi”, i giovani rampanti biznesmeny, gli scrittori più o meno underground che a buon mercato si fanno un nome, sfruttando le esperienze passate, proprie e non...)? La delazione, i delatori, piccoli, ma micidiali complici della repressione dell’epoca brežneviana, ma che ancora oggi cercano di stare a galla, pescando nel torbido? 
O piuttosto questo è un ennesimo libro dove la letteratura riflette su se stessa, sulla propria missione, sul proprio essere qualcosa (che cosa di preciso non è detto) più grande di se stessa, perché il protagonista Petrovič è uno scrittore senza libri, uno scrittore che non ha mai pubblicato, che non ha più nessuna intenzione di pubblicare (rifiuta, quando glielo propongono) e che, addirittura, non scrive più. 
E paradossalmente è lui il vero scrittore, e non chi scrive e si atteggia ad underground finché fa fino, o anche chi, passato da esperienze autentiche, ha conquistato fama e successo, ma ha perso la libertà, o meglio, la capacità di guardare senza nessun condizionamento. La capacità di vedere il mondo come nessuno lo vede, e, al di là della dimensione puramente estetica, di ascoltare le persone e in qualche modo preservare, custodire la loro debolezza. La capacità salvifica della letteratura, però, qui non è più oggetto di fede, l’autore anzi ci ironizza su più di una volta (per esempio, quando una famiglia semplice lo riconosce come lo scrittore che aveva salvato dal cappio un loro amico che stava per suicidarsi, il racconto di come sono andate realmente le cose, invece, chiarisce come l’aspirante suicida fosse solo un ubriacone vanaglorioso che non avrebbe mai messo in pericolo la propria vita).
Nel racconto-monologo del protagonista la storia si snoda attraverso molteplici microstorie, a tratti si ha l’impressione di essere di fronte a tanti racconti-apologhi, tenuti insieme da fili sottili che li legano alla linea narrativa principale, alle vicende, cioè, di Petrovič (l’eroe è chiamato tutto il tempo con il suo patronimico, mai con il nome), uno scrittore che negli anni Settanta partecipava a quel sottobosco underground che, insieme alla battaglia dei diritti civili e alla letteratura proibita d’inizio secolo, alimentava il samizdat’, la protesta sommersa, lo strappo dal conformismo stagnante di quegli anni. Insieme a lui conosciamo in particolare due amici, l’ebreo russo e il russo russo (inizialmente antisemita, come molti russi russi e poi amico per la pelle dell’ebreo russo, fin al punto di collaborare con lui per sostenere e aiutare l’eterogenea massa di ebrei che scelgono di stabilirsi in Israele). Petrovič ha a che fare con molte donne (vecchie, giovani, attiviste impegnate...), tutte, però, con un tratto comune: la sofferenza, la vita allo sbando. Petrovič le riconosce da lontano, dallo sguardo smarrito, dall’andatura dimessa (“è mia, è lei”), e per questo le ama, anzi, arriva al punto di abbandonarle quando la loro vita sembra girare finalmente dal verso giusto.

sabato 29 ottobre 2016

29 ottobre. La restituzione dei nomi



  


Quando si seppellisce un'epoca,
Non risuona il salmo funebre,
All'ortica, al cardo
Toccherà ornarla.
Anna Achmatova

Il 30 ottobre del 1974 nei lager della Mordovia alcuni zek (i detenuti nei campi di lavoro forzato) organizzarono il giorno dei prigionieri politici in URSS. Piano piano l'iniziativa si diffuse tra i lager e le prigioni dell'Unione Sovietica. Una sorta di grido, quasi rivolto al nulla: noi ci siamo, non ci arrendiamo. Il giorno era accompagnato anche dallo sciopero della fame e altre azioni.
Il grido venne però ascoltato e raccolto da Sacharov che, con qualche amico e sodale, nel suo piccolo appartamento di Mosca, tenne una conferenza stampa sulla questione.
Da quel giorno il 30 ottobre diventò il giorno dei prigionieri politici, celebrato sia all'interno che fuori dei lager.
Nel 1991, il 18 ottobre, il Consiglio Supremo della Repubblica Russa promulgò la legge sulla riabilitazione e scelse proprio il 30 ottobre come giorno per la memoria di tutte le vittime delle repressioni politiche.
Ma, ormai dal 2007,  è il giorno prima, il 29 ottobre, che in silenzio, senza discorsi, senza riti o pompa alcuna, moltissime persone si ritrovano intorno al Masso delle Solovki nella piazza della Ljubjanka e dalle 10 del mattino alle 10 di sera leggono semplicemente i nomi delle vittime. Solo una lunga lista di nomi. Memorial propone delle liste, di solito di persone fucilate a Mosca, ma chiunque può andare e leggere i nomi di parenti o amici e portare una candela.
Non si riesce a legger molto in 12 ore, però. Roginskij di Memorial, parla di solo 3000 circa. 12 ore non bastano.
Qualche anno fa in un'intervista Roginskij faceva un po' di conti... circa 720.000 persone fucilate nel paese (1.700.000 circa di arrestati), durante il Grande Terrore, iniziato un giorno preciso, il 5 agosto 1937 e finito in un giorno altrettanto preciso, il 17 novembre 1938. Si trattava di operazioni di massa, regolate da ordini e condotte in modo abbastanza organizzato e veloce. Condanna ed esecuzione, senza processo, condotta da una trojka o anche dvojka di giudici, spesso su semplici liste, spuntate con uno frettoloso svolazzo che indicava la condanna. A Butovo, nella periferia di Mosca in 15 mesi sono state uccise più di 20.000 persone. E non era il solo “poligono” che a Mosca insaziabimente inghiottiva vite umane.
Oggi, in questo momento, alcune persone si ritrovano in silenzio a Mosca.
Perché tutti hanno il diritto a un nome, tutti hanno il diritto a una tomba...




lunedì 24 ottobre 2016

Da "Requiem" di Anna Achmatova, la trecentesima in fila



La crocifissione
                          Non singhiozzare per Me, Madre, che giaccio nella bara.
I.
Il coro degli angeli glorifico' l'ora solenne
E i cieli si sciolsero nel fuoco.
Al Padre disse: "Perche' Mi hai abbandonato?"
E alla Madre: "Oh, non singhiozzare per Me..."

II.
Maddalena si disperava e singhiozzava,
Il discepolo prediletto era impietrito,
E la' dove in silenzio stava la Madre
Nessuno osava neppure volgere lo sguardo.


Anatolij Najman, molto vicino ad Anna Achmatova, scriveva così di Requiem (scritto tra il 1935 e il 1940, ma mai messo su carta prima del 1962, troppo pericoloso, un rischio mortale): "A rigore Requiem è poesia sovietica, realizzata in quella forma ideale descritta in tutte le sue dichiarazioni. L'eroe di questa poesia è il popolo. Non ciò che è definito tale dagli interessi politici, nazionali o ideali di una maggioranza più o meno estesa di gente, ma tutto il popolo: tutti fino all'ultimo partecipano da questa o da quella parte in ciò che succede. Questa poesia parla a nome del popolo, il poeta è con lui, è una sua parte. La sua parola è semplice quasi come quella dei quotidiani, comprensibile al popolo, i suoi procedimenti diretti: "per loro ho intessuto io un ampio manto di parole povere, che da loro ho origliato". E questa poesia è colma di amore per il popolo."
Questo è l'incipit del poema:

"In luogo di prefazione
Nei terribili anni della "ezovščina" ho trascorso diciassette mesi a fare la
coda presso le carceri di Leningrado. Una volta un tale mi "riconobbe".
Allora una donna dalle labbra bluastre che stava dietro di me, e che,
certamente, non aveva mai udito il mio nome, si ridesto' dal torpore proprio
a noi tutti e mi domando' all'orecchio (li' tutti parlavano sussurrando):
- Ma lei puo' descrivere questo?
E io dissi:
- Posso.
Allora una specie di sorriso scivolo' per quello che una volta era stato il
suo volto."

E' dunque scritto da un poeta, che si annulla nel suo popolo, la trecentesima in fila con il pacco davanti alla prigione. Non l'eroismo dei costruttori indomiti del futuro, ma quello della vittima resistente custode dell'oggi e del passato.

Как хочет тень от тела отделиться,
Как хочет плоть с душою разлучиться,
Так я хочу теперь — забытой быть.
Come vuol l'ombra dal corpo staccarsi,/ Come vuol la carne dall'anima separarsi, / Così voglio io ora - cadere nell'oblio.

Ninnananna e canto funebre della madre per il figlio, io lo vedo come un atto civile, uno spartiacque, passato il quale non si può tornare indietro. Sgorga il Requiem e da lì come un fiume incontenibile altri versi, altri poemi (tra cui Poema senza eroe), un'altra voce. Potente. Regale. Allucinata perché conosce la morte e la pazzia (tema delle ultime due poesie del ciclo) che si annidano nelle pieghe della Storia.
"Libro ombra", "l'altro libro", "la raganella del lebbroso", "quaderno intimo", così lo chiama Achmatova nei suoi diari: "... e veniva il funebre Requiem, il cui unico accompagnamento possibile è solo il Silenzio e i bruschi, radi rintocchi della campana a morto."
Il silenzio, il buco, il nero vuoto, dove sta la Madre sotto la croce.
L'icona si chiama proprio come l'epigrafe della poesia citata: Не рыдай Мене, Мати, Non singhiozzare per Me, Madre... con un verso preso dalla liturgia del Sabato Santo, il canone di Cosma di Maiuma.
Achmatova lavora come un iconografo: contaminando Vangelo e testi liturgici riempie l'essenzialità del suo tratto e la laconicità del suo dire di un significato profondo che monta ad ogni lettura.