mercoledì 23 giugno 2010

Il racconto dei racconti (seconda parte)

Skazka skazok, il Racconto dei racconti, la fiaba delle fiabe. Questo doppio nome raddoppia e rinforza lo stupore per il proprio essere, citando quasi in modo riverente il Cantico dei cantici. Gira attorno a se stesso come il gatto dotto di Puškin gira attorno alla quercia, un po' di qui e un po' di là, un po' fiaba incantata, un po' cronaca minuta che si muove sull'onda di associazioni personali e di ricordi collettivi.
E' questo che lo fa grande, credo. Uno scavo intimo dentro di sé che viene a innestarsi in qualcosa di comune, archetipicamente profondo e davvero poco privato. Non c'è alcun compiacimento, idiosincrasia, alcun narcisismo nel cinema di Norštein. E infatti anche la storia, in questo caso la guerra, le problematiche sociali più esteriori vi entrano in modo naturale ed spontaneo.
La sceneggiatura è di Ljudmila Petruševskaja e anche questo fa pensare a come nascono i capolavori: il massimo della creatività personale che però per realizzarsi vive in simbiosi con altre persone. Petruševskaja, Francesca Jarbusova, moglie del regista e sua disegnatrice, il cameramen che andò a filmare la casa dell'infanzia di Norštejn, le macchine dell'epoca... e chissà quanti altri.
Il racconto dei racconti è stato prodotto forse solo grazie alla fortuna e al successo del Riccio nella nebbia. La censura lo aveva avversato fin dall'inizio: bocciò la prima sceneggiatura, ritardò in ogni modo la produzione della seconda. Rifiutò il titolo originario che avrebbe dovuto essere una verso della ninnananna, che ricorre nel film, Verrà il piccolo lupo grigio. Sembra che il titolo definitivo sia arrivato un po' per caso, proposto lì per lì dal regista a cui era venuta in mente la poesia del poeta turco (ma che viveva a Mosca) Nazim Hikmet con quel titolo.
Aveva ragione la censura ad essere diffidente. Non finisco mai di stupirmi per la perspicacia della censura, spesso sono loro i veri lettori, ben addestrati a leggere tra le righe.

Ho rubato l'immagine in rete, dal sito www.rekportal.ru

5 commenti:

  1. Non conosco niente di Norstejn. Da quello che leggo mi incuriosicse molto. Me lo sto procurando e poi ti farò avere le mie impressioni.
    Grazie sempre per le segnalazioni di cose che non conosco. Sono più preziose di quello che già sappiamo...

    RispondiElimina
  2. grazie a te, spero proprio che ti piaccia!

    RispondiElimina
  3. E' veramente molto bello, immerso in un'atmosfera incantata e fantastica, ma sempre molto aderente a contenuti profodi.
    Sicuramente i riferimenti a Tarkovskij e Chagall sono evidenti. Si tratta della partecipazione ad un mondo onirico e spirituale comune, di una affinità che viene espressa senza paura di plagio perchè le immagini si impongono da sole.
    Il lupo, il gatto, i corvi, la mela, il toro sono sia reali sia immaginari ed ognuno esprime significati analogici che sarebbe troppo lungo percorrere. L'importante è che siano ancora in grado di parlarci e di emozionarci.
    Il termine "Imago" viene da "imo" che significa profondo e "ago" da agire, cioè quello che agisce dal profondo e perciò lasciamo che siano le immagini a fare il loro lavoro...

    RispondiElimina
  4. cara Marisa, scusa il ritardo, sono stata via. Hai proprio ragione a parlare dell'immagine così. Dal profondo. E infatti Norstejn proprio come Tarkovskij rifiuta di essere letto con il prontuario dei simboli in mano. Mi ci ritrovo in quell'agire dal profondo e dal di dentro di cui parli tu. Nel film c'è molto che mi commuove e non sono tanto gli occhioni sgranati del lupacchiotto, ma, per esempio, l'immagine chagalliana delle coppie danzanti, che è tanto più forte perché evoca il Chagall del Cantico dei Cantici, della passeggiata con la fidanzata, dell'esplosione fiorita dell'amore sponsale. E lo fa qui per parlare di una ferita, di una separazione forse irrimediabile.
    Mi commuove il rotolo della poesia (altro richiamo a Chagall e ai suoi rotoli della Parola) che diventa un bambino urlante ed esigente. E' buffo quell'episodio, ma racconta anche dell'impossibilità dell'arte di tener a bada la vita, della pretesa impossibile dell'arte di farsi carne e sangue.
    Insomma, non finisco di stupirmi

    RispondiElimina
  5. Dimenticavo, trovo giustissimo quello che Marisa diceva delle immagini che sono sia reali che immaginari. Noršejn è precisissimo nella sua ricostruzione della realtà. La casa, le automobili, è tutto frutto di un lavoro accurato sulla descrizione precisa. Pare perfino che i volti e le sembianze dei ballerini ricalchino le fattezze dei vicini di casa del regista bambino. Anche il poeta forse non è così immaginario e ricorda Nikolaj Gumilev (la cui vita è stata tra le prime a essere "dissipate" dal regime sovietico nel fatidico agosto 1921). La precisione e la cura del dettaglio che dà forza di realtà all'immaginato mi ha sempre colpito nei grandi poeti e nei grandi scrittori. Tolstoj, per esempio, era un maestro nel preservare questo doppio fondo della realtà più tangibile e concreta. Vjačeslav Ivanov diceva che questa è l'essenza del vero simbolismo, quello che lui chiamava "simbolismo realistico": come il fiorellino azzurro di Novalis, ha la corolla stellare ma le radici ben piantate in terra.

    RispondiElimina