venerdì 22 luglio 2016

Il paradosso di Achmatova acrobata



Il grande si fa piccolo per farsi immenso. 
 Nel 1911 esordisce Anna Achmatova, subito letta come poetessa d'amore, "poetessa da camera" (in realtà, no: lei è un poeta): un'elastica ragazzetta, moglie del poeta famoso Gumilev, che strabilia alle soirées bohémiennes della Torre di Vjačeslav Ivanov con numeri d'acrobazia varia. Eppure, in men che non si dica si ritrova al centro di accese polemiche. Dapprima, la sua poetica viene usata per spiegare la crisi del simbolismo, il movimento allora dominante, matrice di tutto quello che sarebbe venuto dopo; poi i formalisti affinano su di lei il loro metodo. Il gioco si fa presto pesante e le polemiche da letterarie (cioè oziose e tutto sommato innocue) si fanno politiche, tanto che dal 1925 si trasforma in uno dei bersagli preferiti del discorso ufficiale sovietico. Così, anche Anna Andreevna non si sottrae al destino comune di tutti i grandi poeti russi: la Storia irrompe e inciampa tra i giambi e le rime, anche se queste sembrano dare il là solo a minime canzoncine e a stornelli popolari. 
E' un continuo andirivieni tra il grande e il piccolo, questo rutilante primo Novecento russo: ai suoi inizi, la poesia aveva nutrito un gusto particolare per concezioni ampie e massimamente dilatate. Il cosmo era la dimensione quotidiana, si andava per stelle come per funghi, anche se da buoni russi non ci dimenticava delle radici terrestri del tutto. L'io più intimo e privato della lirica era trattato come un luogo in cui si esercitavano e manifestavano le forze del macrocosmo. Ora, all'incirca dopo il 1910, quando si affaccia al mondo la generazione postsimbolista, si rivendica l'hic et nunc, il piccolo e concreto. E il maître Vjačeslav Ivanov si scoccia, infatti: «In Gumilev tutto sport, in Achmatova flirt», sembra abbia detto velenoso.

E così Achmatova inizia dal piccolo. Si muove nell'orto tra erbe e fiori umili (niente rose, gigli o viole, al massimo violaciocche e bardane). All'orto si riduce il cosmo, lungo il fosso si ripiega l'universo. Il mito, perché il mito c'entra sempre, si rimpicciolisce a sfera famigliare. Anche la roboante grecità, l'ellenismo colto, tirato in ballo da Ivanov come radice vivificatrice, si secca e dal suo ceppo lascia spuntare qua e là minuscoli germogli di “ellenismo domestico”, grecità interiore. Lo racconta Mandel'štam nel suo Sulla natura della parola, dove teorizza quello che Achmatova fa da tempo, senza pontificare. Mandel'štam stava in realtà parlando di uno dei più misconosciuti poeti simbolisti, Innokentij Annenskij, a cui anche Anna Andreevna si rivolgerà chiamandolo “Maestro” in una tarda poesia. Viene da lui probabilmente il modo con cui lei lavora con il simbolo. Eh già, anche gli acmeisti hanno a che fare coi simboli... E' inevitabile, anche se sei un postsimbolista. Viene proprio da Annenskij il lavoro con il dettaglio concentrato, spesso solo accennato, ma che attraverso il processo delle associazioni si carica di significati, di doppi e tripli fondi, per un quadro netto e preciso dei vissuti dell'io lirico. Lo aveva già detto il solito Ivanov, che il simbolismo di Annenskij era di tipo particolare, “associativo”: "Il poeta-simbolista di questo tipo assume, come punto di partenza nel processo di creazione, un elemento, fisico o psicologico, concreto. Non lo definisce immediatamente, spesso non lo nomina neanche, e raffigura una serie di associazioni che con esso hanno una relazione che va scoperta, perché si possa prendere coscienza in modo chiaro e complesso del significato spirituale (duševnyj, più che spirituale, spiritual-psicologico, c'è l'anima dentro, duša) del fenomeno che per il poeta si è fatto esperienza vissuta e perché si possa a volte chiamarlo per la prima volta con un nome, prima usuale e vuoto, ora ormai tanto denso di significato".
 Lo spazio lirico si restringe agli oggetti, alle cose prossime. Non statue e templi, ma umili utensili da cucina. Quello che dicevo prima dell'orto, come orizzonte del mito. Ne accennavo in un post precedente, parlando di come Achmatova avesse reso la sua nascita un mito, legandola, un po' disinvoltamente, alla notte di san Giovanni. L'occhio e la parola del poeta rende mitologico il quotidiano (noi tutti siamo nati, di solito, in un giorno qualunque – a parte la mia nipotina che è nata il giorno del compleanno di Puškin). Lo fa attraverso minuti spostamenti, piccoli smottamenti che creano impreviste, forzate, forzose analogie e associazioni. Poco prima di morire, quello stesso Annenskij-učitel', maestro, scrisse a un altro grande poeta, Maksimilian Vološin, annoverato generalmente tra i postsimbolisti per mancanza di fantasia etichettatrice: “la cosa più tremenda e potente, cioè la cosa più enigmatica, è forse la parola: feriale".

E il ragazzo....



И мальчик, что играет на волынке,
И девочка, что свой плетет венок,
И две в лесу скреcтившихся тропинки,
И в дальнем поле дальний огонек. 
Я вижу все. Я все запоминаю,
Любовно-кротко в сердце берегу.
Лишь одного я никогда не знаю
И даже вспомнить больше не могу.

Я не прошу ни мудрости, ни силы.
О, только дайте греться у огня!
Мне холодно! Крылатый иль бескрылый,
Веселый бог не посетит меня.
1911
E il ragazzo che suona il piffero,
E la bimba che intreccia la corono,
E i due sentieri crocicchio nel bosco,
E nel campo lontano lontana la fiammella.  

Io vedo tutto. Io tutto ricordo,
Con mite amore serbo in cuore.
Una cosa sola io non so mai,
Perfino ricordarla non riesco più.

Io non chiedo né forza né saggezza.
Oh, fatemi solo riscaldare alla fiamma!
Ho freddo! Alato o senz'ali,
Non mi visiterà il dio gaio.  

Questa è la prima poesia della prima raccolta della ragazzetta acrobata. Continua...

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