lunedì 21 febbraio 2011

Una riflessione su Dejneka. Arte e politica




Da un articolo di Francesca Bonazzoli, "Corriere della Sera" 18.2.2011 (con qualche taglio, l'integrale qui)
Da circa vent' anni la fazione dei «risentiti», pittori figurativi per lo più di stanco talento, è impegnata a strillare contro lo tsunami di video e foto che ha sommerso musei, fiere d' arte e mostre. Il coro degli esclusi intona unanime il lamento secondo cui la cultura ufficiale radical chic, la setta diabolica di case d' asta, collezionisti, élite di sinistra, curatori marxisti e Biennali in mano alla cricca dei salotti buoni, avrebbe emarginato la pittura figurativa, estromettendola dalle vetrine d' arte internazionali nel nome di un perenne avanguardismo di maniera. Solo ultimamente le grida si sono affievolite perché anche i più scalmanati devono essersi finalmente resi conto che in realtà la pittura figurativa non è mai stata ostracizzata. /.../ Da noi, però, il ministro della Cultura Sandro Bondi e Vittorio Sgarbi non ne sono convinti tanto da essere ancora strenuamente impegnati a virare a destra il grande flusso dell' arte raddrizzando almeno la barra della Biennale di Venezia, in cui Sgarbi curerà il Padiglione italiano con la precisa missione di promuovere le figure. Nell' Italia di oggi, dunque, la bandiera del figurativo è diventata di destra, mentre solo fino a una ventina d' anni fa rappresentava la tipica espressione dei regimi di sinistra, in particolare del blocco sovietico.
Così come nel dopoguerra italiano non si poteva essere pittori di sinistra se non si facevano le figure, come Guttuso. Siamo quindi arrivati a un curioso capovolgimento delle figure da destra a sinistra. Il fatto è che il realismo, dal ' 900 in poi, da quando cioè è nata l' arte astratta, è sempre stato lo stile preferito dei regimi, dalla Repubblica popolare di Corea al Myanmar ma anche del Fascismo. La ragione è semplice: attraverso le figure si può dare un messaggio chiaro, didattico e univoco, quello che ci vuole per la propaganda. Fin dall' inizio, astratto e figurativo sono stati tesserati dalla politica, dai regimi ma anche dalle democrazie (come l' America anticomunista, che nel dopoguerra fece dell' Espressionismo astratto la sua identità culturale da esportazione). E l' astrattismo divenne il simbolo per rappresentare il futuro, l' innovazione, la libertà, il dinamismo anche trasgressivo delle idee. Ne conseguì che essere «à la page» implicava amare l' arte astratta e da lì allo snobismo culturale il passo è stato spesso breve e certo, come lo scivolone quando si mette il piede su una buccia di banana. In un divertente saggio, «La moda dell' arte astratta», che risale al 1951, Ernst Gombrich scriveva che il giusto sistema di pensiero, o il gusto, sono il passaporto che permette al novellino di accedere a una sedicente élite: «Essere considerato di idee progressiste, assaporare il senso di essere all' avanguardia, ecco qualcuna delle poche soddisfazioni con cui la società premia l' arrampicatore intellettuale». E prosegue: «Chiunque con pochissima fatica, può imparare che un quadro non dev' essere né "fotografico", né "aneddotico" e che non ha da essere nemmeno immediatamente piacevole». Come si vede le odierne invettive contro «l' egemonia culturale della sinistra», non dicono nulla di nuovo: la questione è vecchia di almeno un secolo e da allora si ripresenta sempre negli stessi termini, ovvero nei poli opposti di progressista e reazionario, sinistra e destra. Ma in una curiosa alternanza di incroci di alleanze, indifferente alle ideologie e alla coerenza del pensiero. Il realismo nacque infatti nella metà dell' Ottocento con Courbet che cominciò a dipingere scene di vita quotidiana e gente umile. Già c' era, in lui, l' intenzione di fare una pittura politica e di lanciare denunce sociali. Un pittore «di sinistra», dunque. A questo ambiva anche il nostro Pellizza da Volpedo con il «Quarto Stato» o i muralisti messicani e persino Otto Dix e George Grosz quando denunciavano le bassezze della società berlinese fra le due guerre. In questa accezione persino «Guernica» di Picasso può considerarsi un dipinto realista. Il realismo di Courbet era dunque nato con un contenuto innovativo, di rottura, non solo nella forma ma anche nel contenuto. /.../ Non sarà, dunque, che l' etichetta politica è quanto di più effimero si possa appiccicare ai segni, siano essi astratti o mimetici? Certamente, a volte il gioco è riuscito ma in questi casi l' arte, con la A maiuscola, non c' entra. Sironi appoggiò il fascismo ma i suoi dipinti si rifanno a una classicità per nulla retorica e celebrativa. E a sua volta Aleksandr Deineka, o almeno quanto di lui vediamo esposto a Palazzo delle Esposizioni, era un grande artista, nonostante sia stato, senza mai vacillare, organico all' ideologia di regime. È una questione di s-vista: fra arte e politica c' è una differenza così grande che spesso nemmeno si vede. 

6 commenti:

  1. La stessa cosa succede ed è successa in letteratura, ovviamente: un esempio per tutti Majakovskij, prima esaltato come portavoce del nuovo impulso rivoluzionario futurista, poi presenza scomoda per l'eccesso di individualismo.
    Il problema con gli artisti non è tanto se sono astratti o contenutistici, ma la libertà individuale che si prendono; e, naturalmente ogni vero artista non può non prendersela e questo, prima o poi, lo mette nei guai con i regimi, anche quelli che all'inizio, per affermarsi, avevano bisogno proprio di loro, che rappresentavano il nuovo (a seconda del tempo, comunque sempre una rottura rispetto ai modelli precedenti).

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  2. mi associo a Marisa: i migliori sono sempre quelli che sono più individuali, che si prendono delle libertà.

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  3. cari amici, ho riportato questo articolo per due ragioni fondamentali.
    La prima è una certa insofferenza che mi sta montando verso le strumentalizzazioni. E' vero che ogni progetto, tanto più qualcosa di pubblico come una mostra, deve essere supportato da un'idea generale che lo sostiene e che, proponendo una chiave di lettura, inevitabilmente è un modo di ritagliare la realtà. Ma se la scintilla dell'esposizione di Dejneka nasce da una artificiosa lotta tra astrattismo e figurativismo che copre le solite bagarre per imporre la fragile egemonia di turno, allora mi viene il nervoso.
    La seconda ragione, invece, è legata alle vostre osservazioni che come al solito vanno al sodo. E cioè allo stupore che mi ha preso pensando a come Dejneka, vigoroso boxeur della pittura staliniana, sia delicato nel raffigurare l'uomo tanto che alla fine il suo mi sembra un grido di allarme per la perdita dell'umano e dell'interiore in quella dominante e ideologica raffigurazione della possanza vigorosa del corpo.

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  4. Sarebbe un bel discorso da affrontare...ho visto qualcosa di Dejneka sui giornali, non ne sapevo nulla e ci sono molte cose belle.
    Però leggendo quello che scrivi, e guardandomi un po' in giro, il pensiero mi è corso subito a Marinetti, al razionalismo, ai futuristi: non ho mai visto tracce di vero talento in Marinetti (la guerra come igiene del mondo?? un orrore!)ma negli altri futuristi sì. E mi piace pensare, rimanendo in Italia, più che a Balla a Bruno Munari, che dal futurismo è partito ma poi si è messo a giocare coi bambini.

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  5. “L’adolescenza è uno stato d’animo che solo poche e fortunate persone riescono a prolungare per tutta la vita, e questo talento accompagna spesso chi sceglie di dedicare la propria vita all’arte.
    Il rifiuto costante di consegnare le chiavi dell’Impero della gioventù e dell’immaginazione è uno dei requisiti storici del genio, soprattutto se il destino di un giovane è quello di entrare, in un modo o nell’altro, nel mondo della creazione”. “LEO CASTELLI L’italiano che inventò l’Arte in America”. Di Alan Jones a pag.50.

    “Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso; e si usano le opere d’Arte per guardare la propria anima” ( G. B. Shaw.)

    Ancora molte grazie per la Sua generosità intellettuale, che rispecchia una passione sincera per l'arte, una volontà di indagine sui fini ultimi, ma anche su quelli intermedi, della ricerca del Bello.
    Giovanni Cozzi
    Busto Arsizio
    marghegio@alice.it

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  6. Grazie a lei, per le sue belle parole.

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