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domenica 28 luglio 2013

Armenia

 


Nel piccolo villaggio di Vernashen, le orecchie piene di grilli e rane, faccio un po' d'ordine in questa giornata senza notte. Il primo giorno in Armenia.

Perché in Armenia si arriva giusto prima dell'alba, dopo un viaggio notturno: giusto in tempo per uscire dall'aeroporto, guardarsi un po' spaesati in giro e poi appena fuori Erevan, lasciare correre gli occhi senza briglie. La luce sgraziata dei casinò e delle slot machine, che si dispiegano a 15 km dal centro secondo l'ipocrita legge, sta per cedere il passo ai primi bagliori dell'alba e d'un tratto, come per caso, alzi lo sguardo e la vedi là, la montagna, l'Ararat, appena velata dal raggio rosato del nuovo giorno che via via si fa sempre più acceso.
"Sono uscito dalla tenda all'aria fresca del mattino. Il sole era sorto. Nel cielo chiaro biancheggiava una montagna innevata a due cime. 'Cos'è quella montagna?' chiesi io e mi tesi all'ascolto della risposta: 'E' l'Ararat'. Che impatto hanno i suoni! Guardai avidamente la montagna biblica, vidi l'arca che attraccava alla sua cima nella speranza di rinnovamento e vita: e il corvo e la colomba che volano via, simboli di castigo e pacificazione..." (Puškin, Viaggio a Arzrum)
Si era offerto volentieri l'Ararat alla vista del grande poeta. Al suo pomposo antagonista, lo zar Nicola I, invece, pare che si fosse negato. Era rimasto incappucciato nelle sue nuvole ("Sono riuscito a vedere le nuvole che servivano l'Ararat", Mandel'štam) per tutto il tempo della sua augusta visita. Non ne capì forza e significato lo zar tracotante e, andandosene, sbottò come un bambino stizzito: "Ma anche l'Ararat non ha visto lo zar!" Evidentemente gli armeni se lo sono ricordati, quando a Erevan hanno cambiato il nome della centrale via "zarskaja", dello zar, e, con uno sberleffo magistrale e sottile, l'hanno intitolata a Puškin.
Ararat. Elementare, come il suo nome, il balbettio di un bambino che gioca con le meraviglie delle vibrazioni laringee. Si staglia semplice, montagna dalla forma di montagna. Montagna-"tenda di nomadi" (Mandel'štam, cent'anni dopo Puškin) che non possiedono la terra che abitano. Monte-muta richiesta al cielo e memoria della frattura e della separazione.

mercoledì 19 maggio 2010

Il colore del melograno (seconda parte)

Melograno in armeno si dice "nur". 
"Questo frutto dal colore rosso e intenso è il simbolo stesso di tutta l'Armenia ed è spesso rappresentato negli antichi manoscritti, oltre a essere  raffigurato nei khačkar insieme all'uva e ai suoi tralci. Frutto unico nel suo genere, rosseggia tra le fronde verdi dell'albero maestoso e regale. Secondo una credenza diffusa , il frutto contiene esattamente 365 chicchi, uno per ogni giorno dell'anno.