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domenica 13 marzo 2022

Pianto sulla terra russa. Il canto di Gamajun di Nikolaj Kljuev

Gamajun di Viktor Vasnecov

Il canto di Gamajun

Giunte ci sono notizie amare.

Che l’onda dell’Aral è melma morta,

Che rare sono le cicogne in Ucraina,

Che più non freme il lino di Mozdok,

E nel luminoso deserto di Sarov

Scricchiolano sotterranei timoni!

Notizie ci han portato le nuvole scure,

Che la Volga blu è sempre più bassa,

E sul Kerženec i malvagi bruciano

Cremlini di verdi conifere,

Che, fumigando, i campi di Suzdal’

partoriscono monconi e licheni!

Ci avverte infine delle gru

l’ultimo volo nuziale,

È distrutta la covata dei fringuelli

Dall’oscura plica e da avidi afidi,

Solo alle russole ronzano rochi

I longevi calabroni pelosi!

Notizie nere ci sono arrivate,

Che non c'è più la terra natia,

Come non ci sono pruni in ottobre,

Quando l'oscurità nel cortile

considera il cuore un’ascia,

Per riscaldare la casa gelata,

Eppure. all’ascia ribelli,

I tronchi ululano alla luna.

E al cuore fa male arrestarsi,

E in casa c’è l’amico, la madre canuta!..

Ah, è terribile crocifiggere il canto!

Ci han bruciato l’anima le notizie,

Che non c'è più la terra nativa,

Che l’onda dell'Aral è melma morta,

In Ucraina tace Hrytsko,

E il Nord - cigno di ghiaccio -

Rifluì in un'onda senza casa,

Per raccontare alle navi,

Che non c'è più la terra natia!

                                        1934

Sono molti i pianti sulla rovina della terra russa. Questo che traduco qui è il Canto di Gamajun, l'uccello veggente del folclore russo, le cui profezie sono difficili da cogliere perché sempre accompagnate dal fragore delle tempeste. Il Gamajun di Kljuev canta, le tempeste ci assordano e non ci lasciano sentire, ma sprazzi del suo grido profetico ci arrivano lo stesso.

venerdì 15 novembre 2019

La prendo larga per presentare il mio nuovo librino


Nel suo bellissimo libro sull’Etica (Bompiani, 1969), Dietrich Bonhoeffer va oltre l’etica e ne ricerca le sorgenti. Non le trova nel dovere o nella legge, ma neppure nell’ideale del Bene, perché ogni volta che l’uomo vuole aderirvi in modo incondizionato gli si rovescia addosso “qualche cosa di estraneo, di inautentico, di artificiale, di fantastico e al tempo stesso di tirannico, senza che l’uomo ne sia stato veramente toccato nel suo intimo”. La ricerca di un Bene in sé contiene il tremendo rischio di trasformarsi “un Moloch a cui si deve sacrificare la vita e la libertà”, un’astrazione priva di rapporto con la vita e fuori dalla realtà storica. E queste parole sono firmate e validate dalla morte del loro autore, protagonista della resistenza tedesca, impiccato in un campo nazista, a pochi giorni dalla fine della guerra. Come guida del proprio operare, Bonhoeffer propone invece un forte riconoscimento “dell’abbondanza delle ragioni di vivere” e un continuo discernimento della realtà: saggiare il reale di volta in volta significa non avere poi regole certe valide costantemente: “La volontà di Dio non è un sistema di norme stabilito una volta per tutte, ma è sempre nuova e diversa… Il cuore, la ragione, l’osservazione e l’esperienza devono tutti partecipare a questa ricerca”. Per questo il famoso “Non giudicate e non sarete giudicate”, non è un appello alla prudenza o indulgenza, “è invece un colpo vibrato in pieno petto all’uomo che ha la conoscenza del bene e del male”.
Ma è possibile, nel tempo e nel limite, vivere al cospetto di quella volontà di Dio? “L’uomo può vivere soltanto delle realtà ultime? E’ possibile estendere, per così dire, la fede nel tempo?”. Tutta la vita Bonhoeffer risponde a questa domanda sul legame dell’ultimo con il penultimo che costituisce la sostanza della nostra vita. Identificarli è pericoloso, superbo e folle, negare il loro legame è disperante perché: ”Non vi è nulla di penultimo in sé, nulla che possa giustificarsi da sé come penultimo; una realtà è penultima solo a partire dall’ultima”.
Questo mi è sembrato un buon modo per presentarvi il mio nuovo librino, una traduzione dai Diari di Tolstoj dei suoi ultimi 3 anni. Lev Tolstoj, Pensieri ultimi. Parole penultime. Dai Diari 1908-1910, edizioni Diabasis, collana La Ginestra (I classici dell'individualismo solidale), pp. 205, € 13.

sabato 2 novembre 2019

Assedio/1 Scrivere del cerchio: la Leningrado di Lidija Ginzburg. Uno stralcio della mia recensione sull'"Indice dei libri del mese" di novembre


Leningrado. Memorie di un assedio di Lidija Ginzburg (1902-1990), tradotto e introdotto da Francesca Gori, è il nuovo titolo della collana “Narrare la memoria” ideata da Memorial Italia. Sotto il suo testo, pubblicato per la prima volta nel 1984, l’autrice ha apposto una triplice data «1942-1962-1982», a testimonianza non solo delle difficoltà di pubblicazione, ma anche di tutto l'instancabile lavoro di limatura durato quarant'anni.[...] La Leningrado dei leggendari novecento giorni dell’assedio, tra il settembre 1941 e il gennaio 1944, è innanzitutto gorod-golod, città fame. La fame descritta da Ginzburg, con i suoi riti e la sua routine, tuttavia, non è solo espressione di un bisogno fisico, è l’essenza intima della realtà vissuta dalla città col suo tempo che sgocciola via la massa corporea dei suoi abitanti, in una tragica normalità fatta di norme atte a organizzare deperimento e morte.
[...] L’uomo dell’assedio, infatti, è un individuo dall’esistenza nuda, ma ha uno scopo: sopravvivere, far scorrere il tempo e non morire, perché è un leningradese e resiste, in questo senso la sua lotta con la fame è percepita anche come un fatto sociale. L’individuo è una particella del corpo di Leningrado città, corpo nudo privato della sua carne, avamposto di una resistenza eroica e della propria morte al tempo stesso. È un individuo dalla vita pesante e dalla morte leggera, la morte del distrofico: “Una morte senza stupore: c’era un uomo e ora non c’è più” (p. 176), ben lontana dal processo tormentato descritto nella Morte di Ivan Il’ič da Tolstoj (l’autore più letto nella Leningrado assediata, anche per la sua particolare visione dell’eroismo scevra da ogni retorica). [...] Non è facile orientarsi nel panorama etico della vita quotidiana nell’assedio. Come scriveva Giorgio Agamben a proposito di Auschwitz, anche qui non abbiamo alcun “cartografo” di una nuova terra etica, benché il tema sia diventato materia di molti studi storici. Episodi di ferocia, cannibalismo e violenze inaudite si alternavano a momenti di condivisione e sacrificio. Pietà e crudeltà, indistricabilmente intrecciate insieme anche nel titolo di una delle prose ginzburghiane, sono un motivo costante nella descrizione dei rapporti umani della gente assediata, intrappolata senza scampo negli ingranaggi di un mostruoso ed efficace meccanismo di annientamento, tra bombe, gelo, fame e pericolose delazioni, quando ogni mese del primo terribile inverno aveva la sua caratteristica specifica: dicembre e le slitte coi cadaveri avvolti nei lenzuoli; gennaio e i numerosi cadaveri abbandonati per strada; febbraio e i cadaveri impilati ai bordi delle vie. Come in Primo Levi, il sentimento che prevale è la vergogna, vergogna perché la nuda sopravvivenza è già di per sé misura dell’insufficienza del proprio sacrificio. [...]

venerdì 23 agosto 2019

Il meraviglioso incipit del Dottor Živago


«Tuttavia, è l’atto del camminare la forma più antica di queste azioni ritmico-cinetiche; trovando la loro significazione nel corso del sole sotto la terra e per il cielo (scomparsa-apparizione della luce), il piede, il suo passo, l’andatura, vengono identificati con il ritmo. /…/ Lo stesso termine stich [verso], che viene dalla medesima parola greca stichos, racchiude in sé un’immagine legata al cammino, poiché in greco στείχω significa andare, camminare». O.M Frejdenberg, La poetica dell’intreccio e del genere, Labirint, Moskva 1997, p. 113*.
Ol'ga Frejdenberg era la cugina amatissima di Pasternak.
Aveva forse in mente questo brano mentre scriveva il geniale incipit del suo Dottor Živago? "Andavano, andavano e cantavano «Eterna memoria»…" Шли и шли и пели 'Вечную Память'... Un inizio tutto in movimento (cammina cammina, cavalli, il soffio del vento) da cui germoglia tutto il romanzo. Un inizio in movimento per un romanzo in cammino, nello sforzo del levarsi.
A dire il vero, la prima frase è un verso, un pentametro trocaico. Si tratta del metro più simile all’antico epos, che riecheggia il folclore e le byline, il verso delle meditazioni di Lermontov (Выхожу́ оди́н я на доро́гу, Esco solo sulla strada…) e, per il poeta Gumilev, risalente direttamente al canto.
Ma c'è di più (caso o miracolo di una forma che tutto tiene?): questa prima riga del romanzo riproduce il metro della prima poesia del ciclo di Živago: Amleto.

* "Однако древнейшей формой таких ритмико-кинетических действ являются акты хождения; нога, ступание, ходьба, имея осмысление в шествии солнца под землей и по небу (исчезновение-появление света), отождествляются с ритмом. /…/ Самый термин “стих”, происшедший от одноименного греческого слова “стихос”, заключает в себе образ, связанный с хождением, так как по-гречески (στείχω) значит 'ступать', 'ходить'." О.М.Фрейденберг, Поэтика сюжета и жанра, "Лабиринт", Москва 1997, c.113.
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domenica 5 febbraio 2017

L'insonnia di Puškin



VERSI COMPOSTI DI NOTTE IN TEMPO D'INSONNIA

Non dormo, non ho lume;
Buio ovunque, tetro torpore.
Il monotono ticchettio delle ore
Solo mi picchietta accanto,
Donnesco balbettare della parca,
Palpito della notte addormentata,
Fuga topigna della vita...
Perché mi turbi tu?
Che significhi, noioso borbottio?
Rimbrotto o protesta
Del giorno da me perso?
Da me che cosa vuoi?
Chiami o predici?
Io ti voglio intendere,
Cerco un senso in te...

1830


Il sogno è profetico, porta voci di angeli o suggerimenti divini che danno qualche risposta, un po’ sibillina, per la verità; oppure disegna nuovi scenari, dispiega potenzialità non ancora contemplate o ancora rivela lati oscuri che ci appartengono e non conoscevamo.
Ma la penna dei poeti scricchiola volentieri di notte, quando la mente rumina e il vuoto si riempie di brontolii indistinti. Quello non è il tempo delle risposte. Sono le domande che si succedono ansiose e urgenti. E’ il tempo, nel momento in cui più sembra svuotarsi e farsi nullo, che viene preso per il collarino e interrogato.

venerdì 25 novembre 2016

25 novembre: Dostoevskij e il corpo delle donne

K.D. Flavickij, La principessa Tarakanova (1864)

Chi subisce violenza è inchiodato per sempre alla violenza. Se è vero, però, che “l'offeso è condannato a girare senza fine intorno all'offensore e a riprodurre le condizioni dell'offesa e a farsi offendere nuovamente” (R. Girard), è vero anche l'opposto e il carnefice è condannato a ripetere la stessa violenza se non intraprende un cammino di redenzione. L'avviluppato rapporto tra vittima e carnefice: è la vittima che si sente in colpa, si lega al carnefice e ne diventa complice, ma anche chi esercita violenza sente un particolare vicinanza con la propria vittima. Il ragno ama la mosca che sta tormentando?
E molti personaggi di Dostoevskij, invischiati nel desiderio di possesso e di dominio, percorrono questa strada. La violenza chiama violenza, il malriposto bisogno di salvezza si risolve nel consumo di un altro essere umano, il più delicato, indifeso e puro. Il Demone di Lermontov, l'angelo caduto sperso negli abissi vuoti dell'essere, brama l'amore della bella e armoniosa Tamara, mentre i demoni di Dostoevskij si rimpiccioliscono in un umanità piccina e sporca, chiusa nelle pieghe del disonore o dell'oppressione sociale, a seconda dei casi.
Il vero sottosuolo è questo, alla fine. Il sottosuolo di oscure pulsione e contrastanti desideri. Tanto sottosuolo che non emerge nemmeno nelle parole, come per l'eroe del sottosuolo. Usare, violare un altro essere umano, possibilmente fresco e innocente, nella disperata speranza di approfittare della purezza altrui per salvare se stessi. A volte, la depravazione può sgorgare assurdamente da uno spiraglio di luce e di rigenerazione, "uno scopo, una vita nuova", come dice Vel'čaninov dell'Eterno marito, o "il profumo di mela appena colta" di cui parla il suo inconcepibile doppio Trusockij. E' la vana ricerca del sollievo in una vita nuova, della risurrezione, aggirando l'unica via possibile, quella della kenosis e del dono di sé.

domenica 6 novembre 2016

99 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre. Pasternak e Dickens



Un incredibile sottotesto del Dottor Živago. Pasternak riflette sui giorni della Rivoluzione prendendo a prestito le parole di Dickens sulla rivoluzione francese. Ma non ce lo dice. Racconta solo che la famiglia Živago legge e rilegge A Tale of Two Cities...
“Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un'epoca di saggezza, era un'epoca di follia, era tempo di fede, era tempo di incredulità, era una stagione di luce, era una stagione buia, era la primavera della speranza, era l'inverno della disperazione, ogni futuro era di fronte a noi e futuro non ne avevamo, diretti verso il paradiso, eravamo incamminati nella direzione opposta. A farla breve, era quello un tempo così simile al nostro che alcune fra le voci più autorevoli, quelle che più strillavano, insistevano a giudicarlo, nel bene e nel male, solamente per superlativi” C. Dickens, Una storia tra due città, trad. it. Di M. Domenichelli, Frassinelli, Milano 2000, p. 7

mercoledì 2 novembre 2016

Underground, o un eroe del nostro tempo di Vladimir Makanin





Oggi Vladimir Makanin ha ricevuto il prestigioso premio Jasnaja Poljana (la tenuta di Tolstoj!), insieme a Ohran Pamuk (per la letteratura straniera in traduzione russa). Gli è stato insignito per un romanzo del 1984, Dove il cielo si unisce alle colline, che non mi risulta essere tradotto in italiano e che anche io non ho letto. Nel 2012, però, Sergio Rapetti ha tradotto per Jaca Book un bel libro di Makanin, dal titolo super evocativo: Underground, o un eroe del nostro tempo. E' da qui che si può incominciare. 
Vladimir Makanin è uno scrittore emerso (dal sottosuolo, motivo variamente giocato in tutta la sua produzione) agli inizi della perestrojka. E’ anche conosciuto in Occidente, dove sono state tradotte alcune sue raccolte.
Matematico di formazione, scacchista per passione, Makanin ha sempre scritto racconti o novelle ben congegniate, spesso dalla carica fortemente allegorica come il famoso Laz [Il cunicolo, in italiano per E/O, tradotto da Daniela Di Sora] che tra surrealismo e assurdo riprende la forma della distopia, tradizionale nella letteratura russa del Novecento da Zamjatin in poi. Il radicamento nella tradizione, nella grande tradizione letteraria russa è forse ciò che ha permesso il discreto successo di Makanin che, considerato uno scrittore postmodernista, piace anche a chi - e in Russia sono molti - non può sopportare il gioco cerebrale e apparentemente freddo di tanta letteratura postmodernista che si trastulla con il passato, usandone i tasselli a piacimento e ad arbitrio. La citazione in Makanin (e in Underground le citazioni iniziano dal titolo, Un eroe del nostro tempo, da Lermontov, ma continuano quasi in ogni paragrafo: Il sosia, Corsia numero..., Scherzo di cane, Una giornata di Venedikt Petrovič) è un segnale non di un gioco, ma dell’immersione nella letteratura patria, del sentirsi inserito in una linea, dove l’appartenenza non si misura da segni esteriori (pubblicazioni, riconoscimenti, cultura), ma dal senso di un essere particolare, quello dello scrittore, della sua missione (il suo sguardo compassionevole). 
Nel caso di Underground, per esempio, Dostoevskij non è solo evocato nel titoletto del paragrafo Il sosia o nei riferimenti al sottosuolo (l’underground degli anni Settanta o la strana predilezione del protagonista per la metropolitana), ma più profondamente in certi ritratti di umiliati e offesi, certe figure di donne, di miti e pure che attraversano ignare e intonse il fango più abbruttente, come Sonja Marmeladova di Delitto e castigo. Nel nostro romanzo, peraltro la prima incursione dell’autore nel regno della “forma grande”, c’è un preciso richiamo a Sonja e a Raskol’nikov, quando l’eroe incontra una giovane flautista mezza scema che vive sola e indisturbata in un pensionato di delinquenti e alla quale vorrebbe, ma non riesce, confessare il suo delitto.
E’ difficile in poche parole tracciare un quadro chiaro dell’argomento fondamentale del libro. Già è difficile determinare quale sia questo argomento fondamentale. La psichiatria con le sue armi di pressione e il suo poco rispetto per l’io dei malati? La società russa degli anni Novanta-Duemila con tutto il seguito di naufragi (chi non si adatta al nuovo corso, chi è sempre stato disadattato) o di subitanee emersioni (i “nuovi russi”, i giovani rampanti biznesmeny, gli scrittori più o meno underground che a buon mercato si fanno un nome, sfruttando le esperienze passate, proprie e non...)? La delazione, i delatori, piccoli, ma micidiali complici della repressione dell’epoca brežneviana, ma che ancora oggi cercano di stare a galla, pescando nel torbido? 
O piuttosto questo è un ennesimo libro dove la letteratura riflette su se stessa, sulla propria missione, sul proprio essere qualcosa (che cosa di preciso non è detto) più grande di se stessa, perché il protagonista Petrovič è uno scrittore senza libri, uno scrittore che non ha mai pubblicato, che non ha più nessuna intenzione di pubblicare (rifiuta, quando glielo propongono) e che, addirittura, non scrive più. 
E paradossalmente è lui il vero scrittore, e non chi scrive e si atteggia ad underground finché fa fino, o anche chi, passato da esperienze autentiche, ha conquistato fama e successo, ma ha perso la libertà, o meglio, la capacità di guardare senza nessun condizionamento. La capacità di vedere il mondo come nessuno lo vede, e, al di là della dimensione puramente estetica, di ascoltare le persone e in qualche modo preservare, custodire la loro debolezza. La capacità salvifica della letteratura, però, qui non è più oggetto di fede, l’autore anzi ci ironizza su più di una volta (per esempio, quando una famiglia semplice lo riconosce come lo scrittore che aveva salvato dal cappio un loro amico che stava per suicidarsi, il racconto di come sono andate realmente le cose, invece, chiarisce come l’aspirante suicida fosse solo un ubriacone vanaglorioso che non avrebbe mai messo in pericolo la propria vita).
Nel racconto-monologo del protagonista la storia si snoda attraverso molteplici microstorie, a tratti si ha l’impressione di essere di fronte a tanti racconti-apologhi, tenuti insieme da fili sottili che li legano alla linea narrativa principale, alle vicende, cioè, di Petrovič (l’eroe è chiamato tutto il tempo con il suo patronimico, mai con il nome), uno scrittore che negli anni Settanta partecipava a quel sottobosco underground che, insieme alla battaglia dei diritti civili e alla letteratura proibita d’inizio secolo, alimentava il samizdat’, la protesta sommersa, lo strappo dal conformismo stagnante di quegli anni. Insieme a lui conosciamo in particolare due amici, l’ebreo russo e il russo russo (inizialmente antisemita, come molti russi russi e poi amico per la pelle dell’ebreo russo, fin al punto di collaborare con lui per sostenere e aiutare l’eterogenea massa di ebrei che scelgono di stabilirsi in Israele). Petrovič ha a che fare con molte donne (vecchie, giovani, attiviste impegnate...), tutte, però, con un tratto comune: la sofferenza, la vita allo sbando. Petrovič le riconosce da lontano, dallo sguardo smarrito, dall’andatura dimessa (“è mia, è lei”), e per questo le ama, anzi, arriva al punto di abbandonarle quando la loro vita sembra girare finalmente dal verso giusto.

lunedì 24 ottobre 2016

Da "Requiem" di Anna Achmatova, la trecentesima in fila



La crocifissione
                          Non singhiozzare per Me, Madre, che giaccio nella bara.
I.
Il coro degli angeli glorifico' l'ora solenne
E i cieli si sciolsero nel fuoco.
Al Padre disse: "Perche' Mi hai abbandonato?"
E alla Madre: "Oh, non singhiozzare per Me..."

II.
Maddalena si disperava e singhiozzava,
Il discepolo prediletto era impietrito,
E la' dove in silenzio stava la Madre
Nessuno osava neppure volgere lo sguardo.


Anatolij Najman, molto vicino ad Anna Achmatova, scriveva così di Requiem (scritto tra il 1935 e il 1940, ma mai messo su carta prima del 1962, troppo pericoloso, un rischio mortale): "A rigore Requiem è poesia sovietica, realizzata in quella forma ideale descritta in tutte le sue dichiarazioni. L'eroe di questa poesia è il popolo. Non ciò che è definito tale dagli interessi politici, nazionali o ideali di una maggioranza più o meno estesa di gente, ma tutto il popolo: tutti fino all'ultimo partecipano da questa o da quella parte in ciò che succede. Questa poesia parla a nome del popolo, il poeta è con lui, è una sua parte. La sua parola è semplice quasi come quella dei quotidiani, comprensibile al popolo, i suoi procedimenti diretti: "per loro ho intessuto io un ampio manto di parole povere, che da loro ho origliato". E questa poesia è colma di amore per il popolo."
Questo è l'incipit del poema:

"In luogo di prefazione
Nei terribili anni della "ezovščina" ho trascorso diciassette mesi a fare la
coda presso le carceri di Leningrado. Una volta un tale mi "riconobbe".
Allora una donna dalle labbra bluastre che stava dietro di me, e che,
certamente, non aveva mai udito il mio nome, si ridesto' dal torpore proprio
a noi tutti e mi domando' all'orecchio (li' tutti parlavano sussurrando):
- Ma lei puo' descrivere questo?
E io dissi:
- Posso.
Allora una specie di sorriso scivolo' per quello che una volta era stato il
suo volto."

E' dunque scritto da un poeta, che si annulla nel suo popolo, la trecentesima in fila con il pacco davanti alla prigione. Non l'eroismo dei costruttori indomiti del futuro, ma quello della vittima resistente custode dell'oggi e del passato.

Как хочет тень от тела отделиться,
Как хочет плоть с душою разлучиться,
Так я хочу теперь — забытой быть.
Come vuol l'ombra dal corpo staccarsi,/ Come vuol la carne dall'anima separarsi, / Così voglio io ora - cadere nell'oblio.

Ninnananna e canto funebre della madre per il figlio, io lo vedo come un atto civile, uno spartiacque, passato il quale non si può tornare indietro. Sgorga il Requiem e da lì come un fiume incontenibile altri versi, altri poemi (tra cui Poema senza eroe), un'altra voce. Potente. Regale. Allucinata perché conosce la morte e la pazzia (tema delle ultime due poesie del ciclo) che si annidano nelle pieghe della Storia.
"Libro ombra", "l'altro libro", "la raganella del lebbroso", "quaderno intimo", così lo chiama Achmatova nei suoi diari: "... e veniva il funebre Requiem, il cui unico accompagnamento possibile è solo il Silenzio e i bruschi, radi rintocchi della campana a morto."
Il silenzio, il buco, il nero vuoto, dove sta la Madre sotto la croce.
L'icona si chiama proprio come l'epigrafe della poesia citata: Не рыдай Мене, Мати, Non singhiozzare per Me, Madre... con un verso preso dalla liturgia del Sabato Santo, il canone di Cosma di Maiuma.
Achmatova lavora come un iconografo: contaminando Vangelo e testi liturgici riempie l'essenzialità del suo tratto e la laconicità del suo dire di un significato profondo che monta ad ogni lettura.



lunedì 1 agosto 2016

Il 31 luglio è morto il grande scrittore Fazil' Iskander


Fazil' Iskander: la letteratura russa canta l'Abchasia

La biografia di Fazil' Iskander è composita e reca in sé le tracce delle complicate politiche sovietiche sulle nazionalità. Lo scrittore nasce nel 1929 a Suchumi e da piccolo perde il padre che nel 1938 viene espulso dall'URSS per la sua origine iraniana.
Tra il 1937 e il 1938, infatti, era stata attuata una "repressione per linea nazionale". Si trattava di una campagna di repressione di massa ai danni di persone di nazionalità non sovietica (polacchi, finlandesi, iraniani, cinesi, ma anche italiani, americani...) con il pretesto di combattere le spie capitaliste. Dall'agosto 1937 al novembre 38 vengono coinvolte 335.513 persone, di cui il 73,66% fucilati, mentre altri deportati ed espulsi. Gli iraniani vengono coinvolti nel gennaio 1938 con tanto di decreto ufficiale dell'NKVD (Chlevnjuk, 2000, pp. 162-163).
Quindi Fazil' viene cresciuto dalla famiglia abchasa della madre. Nel 1948 va a Mosca a studiare, prima biblioteconomia e poi dell'Istituto Gor'kij della Letteratura Mondiale, dove sii laurea nel 1954. Comincia a lavorare come consulente letterario per varie testate locali e a pubblicare racconti dal 1952.
All'apparenza, dunque, questo è un esempio di una fortunata e libera russificazione, che ha comportato anche l'assimilazione dei valori di libertà della cultura altra assimilata, comprese le sue istanze liberali e, quindi, anche una posizione di moderato dissenso, come l'episodio della pubblicazione all'estero della versione completa di Sandro da Čegem dimostra.

sabato 30 novembre 2013

La prima neve




D'Onegin l'aerea mole
Come nube su di me incombente.
Anna Achmatova, 1962

Soglie. Così le ha chiamate Genette, usando poi per spiegarle un brutto nome tecnico: paratesto. Le parole che accompagnano il testo ma non sono proprio testo. Alcune di loro ci prendono per mano e ci introducono dentro al cuore dell'opera, guidando con discrezione il nostro sguardo. Le epigrafi, per esempio. Puškin nell'Evgenij Onegin ha fatto le cose per bene. E doverosamente ne ha messo una o più di una per ogni capitolo.
Oggi, in treno verso casa, con la campagna spruzzata di neve, entro con piede leggero e malfermo nel testo aereo dell'Onegin che come una nuvola non tratterà il mio arto e lo lascerà sbucare fuori un po' umiduccio per farlo appoggiare sulla neve effimera dell'autunno, pronta a sciogliersi subito, senza nemmeno curarsi di conservare la mia impronta. Ombra di fantasma, questo bianco che non imbianca sul serio, questo bianco che al passaggio del treno si conserva solo in flebile traccia di sogno spento e lascia affiorare ostinato il nero della terra e quel po' di verde che il freddo ha risparmiato.
Primo capitolo, prima neve.
Così si intitola l'elegia del principe Vjazemskij che Puškin appone al primo capitolo.

La prima neve
Lungo la vita scivola così l'ardore giovanile:
E si affretta a vivere e si precipita a sentire!
Invano si affida a capricci variegati;
Portato lontano da un desiderio infinito,
Non vede alcun porto per sé.
Anni felici! Tempo di malinconia del cuore!
Ma che dico? Un solo giorno fuggitivo,
Come sogno ingannatore, come ombra di fantasma,
Balenando, porti via tu, inganno disumano!
E anche l'amore, che ci tradisce come fai tu,
Procura esperienza con spietata lezione
E, inaridendo i sentimenti, nel cuore solitario
Ci lascia la traccia di un sogno spento.
                                   P.A. Vjazemskij (1819)


Solo i primi due versi sono ricordati da Puškin, ma la sua densa cerchia di lettori aveva ben in mente quello che seguiva, Vjazemskij era un poeta molto letto. Il capitolo che segue alla breve epigrafe introduce l'eroe del nostro ossimorico romanzo in versi. Evgenij Onegin è qui descritto come un dandy alla moda, vacuo e annoiato, tutto preso a ostentare insieme al taglio trendy all'inglese un vago spleen artificioso. Childe Harold in mantella moscovita, prova a definirlo la disillusa Tatjana tormentata, come tutti noi lettori, Puškin compreso, dalla domanda sul nostro eroe. Chi è veramente? Quale parola pronunciare su di lui? Nessuna, probabilmente, come su nessun uomo.
Ma Puškin in questo capitolo non è per niente tenero con lui. Non risparmia sarcasmo e satira a questo novello giovin signore e alla sua toeletta mattutina.
Eppure, che strano!, a epigrafe di questo che è il più satirico dei capitolo dell'Onegin, ci mette versi elegiaci che fanno un malinconico punto sul fermento che agita i nostri cuori e le nostre menti in gioventù. Elegia e satira, ci hanno insegnato, non stanno insieme, sono due sentimenti, due toni, nettamente contrapposti. E invece Puškin li intreccia stretti, li combina in una serie di minuti nodi che fanno la densa trama della sua opera più famosa, intessuta dal filo d'oro della giovinezza che affiora qua e là dall'ordito. E prende forma il pizzo i cui motivi geometrici e variegati si ripetono in rigorosa simmetria che curva in circolo verso la fine.
Il capitolo finale, l'ottavo, quando l'autore si congeda coi suoi personaggi e, insieme, con la giovinezza passata, riprende lo stesso tono elegiaco della Prima neve, la stessa consapevole e malinconica immersione in una nuova età della vita che scalza la gioventù spensierata.
E allora lo sguardo si fa più composto e benevolo. Quella poesia di Vjazemskij induce a giudicare altrimenti il fatuo farfallone del primo capitolo, ad ammorbidire la lingua tagliente della satira con una comprensione un po' indulgente perché consapevole della transitorietà di quella effimera tappa. Quei suoi variegati capricci tanto sbeffeggiati sono il segno, disegnato dall'epoca (anche i nostri, anche i nostri, così diversi, così uguali), del desiderio infinito che albergava nel suo cuore e che trapelava come un'eco lontana inaudibile ai più. Puškin però l'aveva sentita. E, rimpicciolitosi a personaggio che passeggia per le pagine del suo stesso romanzo, prende sotto braccio il suo eroe e lo fa conversare con cognizione di causa di politica e argomenti sociali. In quello stesso primo capitolo, appena smessi gli abiti del dandy spensierato e irresponsabile. Vacuità e responsabilità civile, satira ed elegia: il contenuto e la forma si rinsaldano in questa rincorsa di contraddizioni che è il tempo della vita, un'ombra di fantasma che ci cresce a forza di spietate lezioni per poi dissolversi come questa prima neve, caduta al mattino, dissolta per sera.




sabato 6 aprile 2013

"No, meglio vincastro e bisaccia..." In cammino verso Jasnaja Poljana. Tolstoj in viaggio


"Abbiamo appena accompagnato in carrozza fino alla porta Serpuchovskaja papà, Kolja Ge e Stachovič: sono partiti a piedi per Jasnaja. Il tempo è meraviglioso. Scende una leggera pioggerellina, ma fa quasi caldo, si sono messi il paltò leggero".
Così scriveva Tat'jana Tolstaja un venerdì mattina di inizio aprile nel suo diario. Era il 1886 e il cinquantottenne Tolstoj si era messo in viaggio per la sua casa di Jasnaja Poljana, la Radura Luminosa. Erano quasi duecento kilometri da Mosca, per la disperazione di sua moglie, l'apprensiva Sof'ja Andreevna che non dormiva alla notte per quei paltò leggeri: si era messo anche a nevicare, si era alzato un vento gelido e poi: "Certo, lo capisco anch'io: raccogliere impressioni e aria fresche; ma tutto sommato questa vana perdita di energie e di tempo (che non basta mai, qualsiasi cosa si faccia) è fatale" (lettera di Sof'ja del 9 aprile).
Tolstoj lo sapeva bene e, durante quel viaggio che durò sei giorni, le scrisse quasi quotidiamente, minimizzando le difficoltà e raccontandole quel che succedeva. Era un po' laconico, per la verità: "Poche parole da Podol'sk non mi hanno assolutamente tranquilizzata: vi siete bagnati, siete stanchi, dove avete passato la notte: non se ne sa niente" (lettera di Sof'ja del 7 aprile).
Lev Nikolaevič riassunse tutto alla fine del viaggio, alle undici di sera del 9 aprile, ormai a Jasnaja.
"La sola cosa che mi dispiace è che tu ti sia preoccupata e tutto per niente. Abbiamo viaggiato benissimo. Come del resto mi aspettavo, mi è rimasto quello che è uno dei più bei ricordi della mia vita. Dall'inizio alla fine mi sono sentito meglio che a Mosca quanto a salute, sono stato in perfetta forma. Non abbiamo avuto alcuna difficoltà. Noi siamo come chi, stando sulla terraferma, si immagina di essere su di un'isola con il mare tutt'intorno. Così siamo noi sparapanzati in città, con tutte le nostre comodità. Ma se solo vai per questo mare, scopri che esso è una terraferma e ancorché meravigliosa. Io e Količka (lui andava sempre avanti per primo, io venivo per secondo, subito dopo lui, Stach, invece, era un po' deboluccio) dicevamo che è stato uno dei momenti più istruttivi e felici della nostra vita: non abbiamo visto altro che affetto e benevolenza e noi stessi eravamo ben disposti.
Ci siamo nutriti a tè, pane e due volte minestra di cavoli e ci siamo sentiti baldanzosi e in salute. Abbiamo passato una notte in dodici in un'isba e abbiamo dormito benissimo. Io mi addormentavo tardi, ma in compenso non siamo mai usciti tanto presto. Lungo la strada abbiamo preso il treno due volte, per venticinque verste."
Era partito con poche cose, ma in particolare con oggettino prezioso, regalatogli dalla governante francese: "Ringrazio M-me Seuron per il blocchetto e la matita, li ho usati un po' per i racconti di un vecchio soldato di 95 anni da cui abbiamo passato la notte. Mi sono venuti vari pensieri che ho annotato".
Infatti, come aveva scritto a Čertkov (il primo dei tolstojani) la sera prima della partenza: "Vado soprattutto per riposarmi della vita nel lusso e almeno un poco prendere parte a quella autentica". E la vita autentica gli offrì riposo per la mente e il cuore, ma anche una nuova storia, quella del soldato che in prossimità della morte ripensa agli orrori commessi durante il suo servizio e non riesce a prender sonno. Gli appunti del suo blocchetto di viaggio gli serviranno per un saggio, Nikolaj Palkin, troppo duro con la violenza di Stato per essere pubblicato in Russia.
Accompagnavano Tolstoj due ragazzi ventenni: il figlio del suo amico Nikolaj Ge, il grande pittore che, oltre a ritrarlo, condivise molte delle sue ricerche religiose e Stachovič, futuro giurista. Alla fine del viaggio gli spediranno in treno altri due ragazzetti: Lelja (il piccolo Lev, suo figlio) e Alcide, il figlio della governante. E' bello pensare a Tolstoj maturo che si mette in viaggio non con dei paludati intellettuali con cui argomentare e pontificare, ma con dei giovanotti che si lamentavano del mal di piedi o che parlavano entusiasti del senso della vita.
Ecco qualche altro stralcio dalle lettere alla moglie:
"Le dieci del mattino, a Podol'sk. Abbiamo dormito e ci siamo incamminati in salute e allegri. Stach aveva male ai piedi e сi sta raggiungendo con qualche mezzo. Aspetto una lettera a Serpuchov. Un bacio a tutti. Abbiamo già un compagno fedele: un contadinotto." (5 aprile da Podol'sk)
"Ti scrivo da un villaggio a venticinque verste da Serpuchov. E' l'una di pomeriggio, domenica. Siamo allegri e in salute. Quel contadino, il nostro compagno Makej, 60 anni, è più giovane di tutti noi, ha camminato con noi per cinquanta verste, imbroglicchia, e in genere è un furbone di tre cotte. Abbiamo dimenticato il cucchiaino di Kolja; lui voleva prenderlo al ritorno. E' andato a piedi a Mosca otto volte. Come state? Voglia Iddio bene. I miei compagni di viaggio porgono i loro omaggi. Stiamo molto bene." (6 aprile)
"Ieri era domenica, alle dieci ci siamo messi in cammino non senza stanchezza, ma la strada per Serpuchov è stata molto piacevole. Stach è andato avanti in treno e lo abbiamo ritrovato da Treskin. Ci hanno ospitati, preparato un letto, dato da mangiare e da bere. Ci siamo congelati, anche se le ultime sette verste le abbiamo fatte in treno. Ma non si è ammalato nessuno. Ho ricevuto la tua lettera: ne sono stato molto contento. Stach ha viaggiato sullo stesso treno di Lelja e Alkid ma non li ha visti. Ma poi Treskin è andato a prenderli. Ti scriverò ancora prima di Tula. Omaggi dai compagni di viaggio." (7 aprile)

Tolstoj rifece questo viaggio, umile e pensieroso, altre due volte: nel 1888 e nel 1889.

Il verso del titolo viene da questa poesia di Puškin.
L'immagine via ria novosti (www.ria.ru)
dedico queste righe alla mia amata Selma Ancira. Jasnaja Poljana è jasnaja anche grazie a lei.





venerdì 8 febbraio 2013

Il lupo e le prigioni della steppa (conclusione)


Nel Trionfo della metafisica Limonov racconta i due mesi trascorsi all'interno della colonia penale n° 13 nelle steppe della regione di Saratov. Al lager Limonov era dunque arrivato all'inizio del maggio 2003 dopo due anni di prigione, in seguito a una condanna mitigata: il processo aveva mutato i quattordici anni chiesti dal procuratore in quattro anni per semplici "disordini di massa". Verrà liberato anticipatamente il 30 giugno 2003, soprattutto grazie alla mobilitazione internazionale in suo favore.
Limonov dà il meglio quando non è concentrato esclusivamente sul proprio sé debordante. Questo libro pullula dei personaggi più disparati. Tutti riforgiati in qualche maniera dall'esperienza dolorosa della prigionia, non necessariamente abbruttiti (in alcuni casi addirittura maturati), ma quasi sempre colti dallo sguardo pungente e imperturbabile dell'autore nella loro insopprimibile benché castrata umanità.
La realtà estrema della prigionia e la violenza repressa ribollono latenti sotto l'ordine fittizio della rigida organizzazione carceraria. Proprio questa situazione claustrofobica solleva Limonov dal bisogno di colpire e irritare a tutti costi, liberandolo dalle pastoie dell'épatage a volte artificioso e restituendogli una scrittura scarna ed essenziale, con solo qualche lieve sbavatura retorica qui e là.
Se la Danimarca è una prigione, Shakespeare non è mai stato in Russia, osserva Ljudmila Ulickaja, scrittrice lontana anni luce dal nostro Edička, o Peter Pan di Char'kov (come lo chiama lei), ma che firma l'introduzione al suo Mes prisons, l'edizione francese di Per le prigioni (2004). Il "piccolo mužik in pellicciotto di lepre", il lupo capace di compassione si cala nell'universo penitenziario come semplice detenuto tra i detenuti e testimonia la sofferenza di questo enorme popolo di zek. Aguzza lo sguardo per cogliere minuziose sottigliezze: le differenti nazionalità (senza alcuna deriva nazionalista), la specifica posizione nella complicata gerarchia del campo, la relazione con le autorità locali.
 
E molto meglio di quanto possa fare qualsiasi instant book, il libro è un atto d'accusa contro la Russia putiniana: le prigioni sono la vergogna, il dolore, il peccato della Russia, come ribadisce Ulickaja, ma la colonia penale sembra essere solo l'ultimo cerchio di una società violenta e coercitiva. Limonov osserva che l'organizzazione del campo è modellata su quella dell'esercito, che a sua volta riproduce lo schema padrone-servo e l'arbitrio incontrollato dei tempi della servitù della gleba.
La questione non è secondaria o limitata, se si considera che in Russia l'apparato militare ha ancora tanta importanza e spesso funge da modello per l'intera società civile: non hanno perso attualità i saggi di Anna Politkovskaja sul nonnismo, sull'azione disperata delle madri dei soldati, su vicende strazianti e per lo più rimosse come quelle del teatro alla Dubrovskaja e di Beslan.
Limonov, che ha definito la Russia intera come un paese in preda al nonnismo, è pienamente consapevole della portata del proprio atto d'accusa: il bello è che nel Trionfo della metafisica non lo rende esplicito, ma da vero scrittore lo fa emergere dalle pieghe del libro.

Nel libro domina la metafora del convento e il lessico religioso ricorre perfino nel disegno topografico del lager (la Via dolorosa che attraversa il campo). Ma questa ascesi, questa esperienza mistica, metafisica, come la definisce l'autore, sarà da prendere alla lettera? Sarà davvero il faticoso risultato di un percorso di rigorosa disciplina interiore?
Sulle montagne dell'Altaj, nell'avventura che è servita a pretesto alla sua assurda condanna, Limonov era accompagnato da una laconica guida che leggeva Lao-tzu ed evocava l'antico buddhismo che in quelle lande sperdute si è arricchito di riti e suggestioni sciamaniche. Eduard Veniaminovič ha veramente fatto tesoro di quella sapienza arcana? O siamo in presenza di un'ennesima provocazione, di una liquida dissacrazione pronta a svaporare di fronte a una prossima futura impresa?

martedì 5 febbraio 2013

Il lupo e le prigioni della steppa (parte seconda)

La Russia tutta è una pagina bianca, ha ragione Limonov, e allora può succedere che nel vuoto di una Storia negata al popolo che l'ha vissuta, di una Storia colpevolmente rimossa, tutto si possa scrivere e un progetto folle come il suo possa prendere corpo, infiammare i cuori di una manciata di ragazzi allo sbando ma anche, opportunamente ripulito, entrare in sinergia con forze politiche, normali, moderate, e in precario equilibrio con loro, formare, vivificare, scrollare il variegato panorama dell'opposizione al regime putiniano.
Rivisitazioni fantasiose della Storia, improbabili accoppiamenti (Céline e Che Guevara, le Brigate rosse e Mussolini, i giovani nazbol dall'aspetto aggressivo e la disarmante decana dei diritti umani in Russia, Ljudmila Alekseeva): la tabula rasa rende tutto possibile, quando serve per strumentalizzare e revisionare il passato nazionale. 
In Russia succede a destra e a manca senza grandi scandali, Limonov è solo meno interessato di altri a rendere digeribili le idee che professa. Anzi, essere indigesto è il suo scopo e il modo per presentarci il conto della nostra cattiva coscienza, per proporci, attraverso il procedimento dello straniamento (letterario, ancora troppo letterario), inedite visioni e punti di vista capovolti, utili a rompere prese di posizioni di comodo stereotipate.
Il problema è che quando carta e carne si mischiano possono succedere guai e il poeta russo in cerca di belliche avventure si può trovare rimbalzato su tutte le televisioni del mondo mentre spara sulla Sarajevo assediata sotto il benevolo sguardo di Radovan Karadžić. E poco importa se anche fosse tutto un equivoco, come dimostra Emmanuel Carrère nel suo bel libro di "inchiesta narrativa", poco importa se anche Limonov si fosse limitato a giochicchiare con la mitragliatrice mirando in aria. Poco importa se i suoi ragazzi dall'aria minacciosa realizzano le loro azioni terroristiche a suon di pomodori e uova marce. Le compagnie poco raccomandabili (peraltro sfrondate negli ultimi tempi), gli slogan ambigui, la provocazione scandalosa che sembra deliberatamente cercare l'illegalità, continueranno a generare reazioni pericolose per tutti, Limonov compreso, come dimostra questo libro.

domenica 3 febbraio 2013

Il lupo e le prigioni della steppa (parte prima)

Dalla mia introduzione al libro di Limonov
 
Nella cittadina di Saint-Claude, dalla massiccia villa di via Parc Montretout 8 si domina ancora tutta Parigi, proprio come dalle Colline dei Passeri Napoleone aveva con un colpo d'occhio supervisionato il Cremlino. In quel sobborgo parigino, nei primi anni Novanta, Eduard Limonov fece assaporare l'affabile ospitalità di Jean-Marie Le Pen al suo temporaneo alleato Vladimir Žirinovskij, che in Russia aveva da poco fondato un partito populista e sciovinista.
Recentemente interrogato da Axel Gyldén su quella bella riunione di "bad boys", Eduard Limonov non è per nulla imbarazzato, come non si preoccupa di rispondere nella sostanza ai legittimi dubbi del giornalista di "L'Express" riguardo all'opportunità di accompagnarsi a quegli allegri fautori dell'antisemitismo o all'incongrua mescolanza di bolscevismo e nazismo nel nome e nei simboli del partito nazionalbolscevico da lui fondato (e da Putin messo fuorilegge nel 2007).
O meglio, la sua risposta è di tutt'altra sostanza, si muove tutt'altro piano, evitando in modo programmatico le questioni "noiose" del politicamente corretto, quei trascurabili dettagli che possono appassionare solo uomini e donne che hanno costruito la propria appartenenza nazionale e la propria coscienza civica sulla memoria e la responsabilità storica.
La Russia, invece, dice Limonov, è una pagina bianca, la vita politica è inesistente e lui ha scelto la via della creatività e dell'audacia che osa nuove esperienze e batte strade inedite. Non ha alcuna difficoltà il Limonov del 2012 ad ammettere di aver combinato insieme un miscuglio di idee di estrema sinistra e di estrema destra. E così implicitamente riconosce che il radicalismo estremistico che ha accompagnato tutta la sua carriera di scrittore e uomo politico è in realtà costruito ed è frutto di una scelta creativa. Ciò che ha fatto del suo scandaloso personaggio un sonoro "schiaffo al gusto pubblico" è un estremismo artistico e culturale, così lo definisce apertamente Eduard Veniaminovič.
Un paso doble con giravolta, e olà!, ecco la blusa gialla di Majakovskij (che in suo romanzo Limonov rivisita sotto le forme canarine di una camicia Italian style): il gesto dell'artista disperatamente desideroso di incarnarsi nell'esistenza. Il personaggio di carta esce fuori dalle righe e passeggia per le strade patinate di Manhattan e Parigi o per i monumentali viali sovieticheggianti della Transdnistria, ma per essere più vero, per redimere la maledizione della carta, discende negli inferi della vita, si mischia con il fango, si sporca con il sangue e con tutti i possibili fluidi corporei.
"È esattamente questa la vita che ho sempre voluto: caleidoscopica, arrischiata, sfavillante. Adesso la prigione e lo status di criminale, la dignità di criminale di Stato mi hanno colato nel bronzo, reso un monumento. Chi oserà più mettere in dubbio la mia sincerità e tragicità?" (Il libro dell'acqua).