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sabato 11 aprile 2020

La Settimana santa con Živago (Sabato Santo)

7/ Sabato Santo: Nella Settimana Santa di Boris Pasternak

Chiesa di San Salvatore in Chora

 



Ieri tra le brume dell’incoscienza e l'annichilimento serpeggiava la necessità svegliarsi e alzarsi: risorgere. E' quello “sforzo di risurrezione” di cui parlano gli ultimi versi della poesia di Živago, La settimana santa. E' la ripresa del canto liturgico del Sabato Santo Che taccia ogni carne umana. Fa memoria del brano di Zaccaria (2, 13) che parla delle promesse di Dio a Gerusalemme: «Che taccia ogni carne umana in presenza dell'Eterno! poich'egli s'è destato dalla sua santa dimora».
Quello sforzo di resurrezione è ben dipinto negli affreschi del monastero di Chora (Istanbul) che mostra bene la faticaccia di Adamo ed Eva che escono dalla tomba, certo aiutati dalla mano potente del Salvatore, ma guardate loro, che movimento dinamico e sforzato per disincargliarsi dalla tomba!
Buona Pasqua, buon sforzo di liberazione!



NELLA SETTIMANA SANTA

Ancora intorno tenebra di notte
Ancora è tanto presto al mondo
Che in cielo non si contan le stelle,
E ognuna, come il giorno, brilla.
E se potesse la terra
Passerebbe la Pasqua dormendo,
Alla lettura del Salterio.

Ancora intorno tenebra di notte
E' tanto presto al mondo
Che per l'eternità si è stesa
La piazza dal crocicchio al canto.
E fino all'alba e al tepore
Manca ancora un millennio.
Ancora la terra è nuda e spoglia,
E nelle notti non sa come
Spiegare le sue campane
E dar eco ai cantori dall'aria libera.

E dal Giovedì Santo
fino a tutto il Sabato Santo,
L'acqua trapana le rive
E inanella mulinelli.
E il bosco è spoglio e scoperto,
E nella Settimana di Passione,
Sta come schiera di oranti,
Folla dei tronchi di pino.

Ma in città, in un piccolo
Spazio, come a un convegno,
Gli alberi guardano nudi
Tra le inferiate delle chiese.

E il loro sguardo è colmo d'orrore.
Si capisce la loro ansia.
I giardini escono dai recinti,
Vacilla l'ordinamento della terra:
Si seppellisce Dio.
E vedono una luce all'iconostasi
E il sudario nero e dei ceri la fila,
I volti in pianto:
E improvvisa la processione
Gli si para davanti con l' Epitaphios,
E le due betulle all'ingresso devono scostarsi.

E gira intorno allo spiazzo il corteo
Sul ciglio del marciapiede,
E dalla via porta sul sagrato
Primavera e chiacchiere di primavera
E un'aria sapida di ostie
E d'ebrietà primaverile.

E marzo sparge la neve
Sul sagrato alla folla degli storpi,
Come se l'Uomo fosse uscito
E portasse e aprisse il ciborio,
E tutto distribuisse, fino in fondo.

E il canto dura fino all'aurora,
E, singhiozzati a sazietà,
Dall'interno sommessi giungono,
Sugli spiazzi sotto i lampioni,
Il Salterio o gli Atti.

Ma tacerà a mezzanotte il creato e la carne,
Avendo udito le voci della primavera
Che, solo appena si faccia bello,
La morte si potrà vincere
Con lo sforzo della risurrezione.

venerdì 10 aprile 2020

La Settimana Santa con Živago (Venerdì Santo)


6/ Venerdì Santo. Lo zero della poesia


Nelle 25 poesie del ciclo di Živago non ce n’è una sul Venerdì Santo. Il ciclo è un cerchio, si apre e si chiude con il Getsemani, la solitudine di Cristo, l’accettazione della propria parte nella vita e l’occhio sulla Storia che scorre come un fiume al Suo cospetto. Si sente ovunque tangibile il mistero della morte, nelle pieghe della terra, e nelle stesse pieghe spunta turgida la spinta delle gemme cariche di vita. Ma nel momento della morte la poesia tace.
Solo una traccia rimane, nel testo del romanzo, di una poesia di Živago, concepita nel delirio della malattia e perduta:

«Non scrive un poema sulla resurrezione o sulla deposizione nella tomba, ma sui giorni che intercorrono tra l'una e l'altra. Scrive il poema Turbamento.
Aveva sempre voluto scrivere di come, nel corso di tre giorni, la bufera di nera terra verminosa assediasse, assalisse l'immortale incarnazione dell'amore, scagliandosigli addosso con le sue zolle e grumi, proprio le onde della risacca marina quando piombano sullo slancio e seppelliscono sotto di loro la riva. Così per tre gioni infuria, incalza e si ritrae la nera bufera di terra.
E due versetti rimati lo perseguitavano:
Felici di sfiorare e Bisogna risvegliare
Felici di sfiorare sono l'inferno e la decomposizione, e la putrefazione, e la morte e, tuttavia, assieme a loro, Felice di sfiorare è anche la primavera, e Maddalena, e la vita. E allora bisogna risvegliarsi. Bisogna risvegliarsi e alzarsi in piedi. Bisogna risorgere.»

giovedì 9 aprile 2020

La Settimana Santa con Živago (Giovedì Santo)


5/Giovedì Santo: L'orto del Getsemani di Boris Pasternak

 

Giovedì pulito, verde, bianco, grande, della Passione, del Mandato, e perfino rosa, per gli incomprensibili a me svedesi. Tanti sono i modi con cui le lingue hanno cercato il tratto saliente di questo giorno santo: il giorno in cui è istituita l'Eucarestia e la Memoria dell'Incarnazione, quando la memoria stessa si vuole incarnata e non si appoggia a parole o a precetti, ma a atti di carne come il mangiare e il bere.
Eppure se i nomi sono tanti vuol dire che ricchezza di senso c'è, ma anche incertezza nel definire.
Al mattino del Giovedì Santo, nel Mattutino ortodosso, si canta il tropario (un inno di poche frasi ripetute che di solito riassumono il senso della celebrazione, una sorta di condensato di festa, spesso incardinato sulla Vita del Santo del giorno). E, stupefacente svirgolata, il tropario di oggi ricorda il tradimento di Giuda, uscito quasi di corsa dall'Ultima Cena.
Tutta la giornata liturgica ruota attorno alla Cena, ma anche a Giuda che «vende chi lo aveva nutrito». Ma non è solo Giuda che vien meno all'immagine di amore e comunione dell'Ultima Cena. La liturgia ci consegna il momento in cui il dono si fa promessa, offuscandolo con ogni tipo di tradimento e mancanza. Il Male è anche qui, nelle pieghe più intime del Bene. L'Ultima Cena e la Lavanda dei piedi sono inserite un contesto di diffusa indifferenza, tradimento e rinnegamento. L'abbandono: tutti fuggono (Mt., 26,56).
Il dono non unisce, o se lo farà sarà molto più tardi. Nessun vogliamoci tutti bene: solo Giuda, Pietro che rinnega e il sonno dei discepoli. Le vergini stolte di cui Gesù aveva parlato qualche giorno prima sono loro.
L'universo incurante illumina il camminare di Gesù solo. Le strade si interrompono e non continuano nella Via Lattea, i piccoli brillii degli argentei ulivi cercano ma non riescono ad essere stelle. Burroni, muri, recinti. Ma da quella deserta, assoluta solitudine c'è quella volontaria discesa nella tomba venuta pericolosamente a redimere il corso dei secoli

L'ORTO DEL GETSEMANI

Noncurante, un brillio di stelle lontane
Illuminava la curva della strada.
La strada aggirava il Monte degli Ulivi,
In basso le fluiva di sotto il Cedron.

Nel mezzo la radura finiva in un burrone.
Oltre cominciava la Via Lattea.
Canuti ulivi argentei nell'aria
Provavano a incamminarsi lontano.

In fondo, c'era un orto, un podere.
Lasciati i discepoli al di là del muro,
disse loro: «L'anima è triste fino alla morte,
Restate qui e vegliate con Me.»

Rinunciò senza opporsi,
Come a cose avute in prestito,
All'onnipotenza e al dono dei miracoli,
E fu allora come i mortali, come noi.

La lontanzanza della notte ora
Era terra d'annientamento e non essere.
Lo spazio dell'universo era deserto
E solo l'orto un luogo di vita.

E guardando quelle nere voragini,
Vuote, senza principio né fine,
Perché il calice di morte da lui allontanasse
Sudando sangue pregò il Padre Suo.

Lenito dalla preghiera lo spasimo di morte,
Uscì al di là del recinto. Per terra
I discepoli, vinti dal sonno,
Giacevano tra l'erba sul ciglio.

Lui li destò: «Il Signore vi ha eletti
Per vivere i Miei giorni, e voi giacete come massi.
E' venuta l'ora del Figlio dell'Uomo.
Si consegnerà in mano ai peccatori.»

Così disse ed ecco dal nulla
Una folla di servi e una torma di vagabondi,
Fiaccole, spade e davanti: Giuda
col bacio del tradimento sulle labbra.

Pietro reagì con la spada agli sgherri
E un orecchio mozzò a uno di loro.
Ma sente: «Non col ferro si risolve la contesa,
Metti via la tua spada, uomo.

Forse che frotte di legioni alate
Non avrebbe qui schierato il Padre?
E allora, impotente a torcermi un capello,
il nemico si sarebbe disperso senza traccia.

Ma il libro della vita è giunto alla pagina
più preziosa d'ogni cosa sacra.
Ora deve compiersi ciò che fu scritto,
Lascia dunque che si compia. Amen.

Vedi, il corso dei secoli è un racconto oscuro
E può prendere fuoco in piena corsa.
In nome della sua terribile grandezza
Io fra volontari tormenti scenderò nella tomba.

Io scenderò nella tomba e il terzo giorno mi leverò,
E, come discendono le zattere i fiumi,
Per il giudizio, a me, come chiatte in carovana,
affluiranno i secoli dal buio.»


martedì 7 aprile 2020

La Settimana Santa con Živago (Mercoledì Santo)

4/ Mercoledì Santo: Maddalena II di Boris Pasternak


Nel Dottor Živago, Maddalena si riflette in una moltitudine di figure e immagini. Ma questo ora poco importa: nella sua ipostasi più profonda al di là della superficie autobiografica o narrativa, la Maddalena è il femminile (non c’entra qui il genere tout court), principio di apertura e di dono da un lato, ma anche di fisicità pesante, di legame con la materia. “Fa che sia scala di riscatto /La carne ingannatrice” pregava Ungaretti.
E se il Cristo pasternakiano è legato in special modo al Sabato Santo, all’esperienza del Getsemani, momento di passaggio tra la morte e la Risurrezione, la Maddalena in modo carnale e sensibile traghetta lo smarrimento del Sabato verso l’aurora domenicale, nello stupore dell’epifania e della gioia che sgorga dall’essere chiamati per nome, quando il Cristo risorto, giardiniere mancato, esclama:” Maria!” Lei è davvero risorta con Lui in quel momento di veggenza e mutuo riconoscimento.
Al centro della Settimana Santa il Femminino. Mercoledì. In modo poco esibito, quasi non detto (come tutta la teologia che riflette su Maria Maddalena, collaterale, fin apocrifa lungo la storia), le donne sono al centro di quel tempo concreto, scandito da ore e giorni come i nostri, ma assunto a mito potente in virtù della densità del dolore, del male che vi è colato. Tutto il dolore e il buio del mondo in quei giorni cattivi.
Il mercoledì, in russo sreda, centro, si incardina dunque sulla figura di Maria di Magdala e la liturgia ortodossa quel giorno fa un imprevisto scarto di lato e lascia parlare le donne, a piena voce, discorso diretto. Quel giorno nei templi risuona un tropario speciale, l’inno di Kassia, badessa del IX secolo, caso unico di donna autrice di inni liturgici bizantini, accolti nel canone. 

La Settimana Santa con Živago (Martedì Santo)


3/ Martedì Santo: Giorni cattivi di Boris Pasternak


La liturgia ortodossa ha tante letture per il Martedì Santo, ma una riprende il filo cronologico del cammino verso il Calvario: subito dopo l’episodio del fico, che ha un seguito il giorno dopo, nello stupore di Pietro, Gesù va Gerusalemme e viene coinvolto in una discussione con i farisei e i dottori della Legge (Marco, 11, 20-33). L’andare, il cammino, è tutto un muoversi questa passione, processione di passi pesanti: “Tuttavia, è l’atto del camminare la forma più antica di queste azioni ritmico-cinetiche; trovando la loro significazione nel corso del sole sotto la terra e per il cielo (scomparsa-apparizione della luce), il piede, il suo passo, l’andatura, vengono identificati con il ritmo” del cosmo (O.M Frejdenberg). Ed è a quel ritmo che la poesia conforma i suoi versi e i suoi piedi, a esso l’Uomo Cristo adatta i suoi slanci.
Da dove ti viene l’autorità, dalla Terra o dal Cielo? gli chiedono intriganti: «Neanch'io vi dico con quale autorità faccio queste cose». Non risponde Gesù, e fa bene: non si tratta di un’alternativa la Terra o il Cielo. Il miracolo, cioè ogni atto della Vita di Cristo, ma forse ogni atto della Vita di ogni uomo (scusami Gesù se ti spoglio della tua eccezionalità, solo così riesco a concepirti), viene dalla terra e dal cielo, uniti nel’aero celeste come nel greve, plumbeo terrestre. Come in cielo, così in terra. E qui Pasternak è il cielo che vede sottoposto alla maledizione della gravità.
Nei giorni cattivi della Passione ti pesa di più la cattiveria, l’immunità all’amore e il giudizio di spregio, ti pesa di più il male, non solo quello scoperto dei farisei con le loro manifeste cattive intenzioni, ti pesa il male che guizza nei cortili, tra i vicini, che serpeggia come un fremito nel gregge all’unisono. C’è tanto in questa poesia della situazione storica che Pasternak viveva nel 1946.
Un male sottile quasi innavvertibile sembra contaminare tutto, anche una vita scandita di miracolo in miracolo, fino a quell’ultimo, il più sconvolgente e scandaloso (il corpo decomposto che si leva), di cui, qui, nei giorni cattivi della Passione, è contemplato solo il lato oscuro, l’immersione nel sotterraneo, la discesa agli inferi e lo sgomento attonito della fiammella di luce, l’umile nostra candela, che non regge al confronto con la morte.


GIORNI CATTIVI

Mentre l'ultima domenica
Entrava a Gerusalemme,
Lo accoglieva frastuono d’Osanna,
Con i rami gli correvano dietro.

Ma i giorni erano più torvi e foschi,
I cuori immuni d’amore,
Con spregio i sopraccigli innarcati:
Ed ecco la postfazione, la fine.

Con tutta la sua plumbea gravità
Si stendeva il cielo sui cortili.
Cercavano prove i farisei
Guizzandogli davanti come volpi.

E dalle forze oscure del tempio
A carogne è dato in giudizio:
Con la stessa medesima foga
con cui acclamavano, maledicono.

La folla delle corti vicine
Sbirciava dai cancelli,
Si spintonava per veder come finiva
E sbatteva avanti e indietro.

E un mormorio passò dall’uno all’altro,
E le voci da ogni dove.
E la fuga in Egitto e l'infanzia
sovvenivano come un sogno.

Venne alla mente il pendio maestoso
nel deserto e il dirupo
da dove con l'impero dell'universo
Satana lo tentava.

E il banchetto nuziale a Cana,
E la tavola stupita del miracolo,
E il mare su cui nella nebbia
come su una secca raggiungeva la barca.

E la ressa dei poveri nel tugurio,
E la discesa con la candela nel sotterraneo,
dov’essa a un tratto s'era spenta sgomenta
Quando il resuscitato si alzava...


lunedì 6 aprile 2020

La Settimana Santa con Živago (Lunedì Santo)


Il fico maledetto, Dionisij (XV sec.)

2/ Lunedì Santo: Il miracolo di Boris Pasternak


L’episodio del fico maledetto nella liturgia ortodossa viene letto al Lunedì Santo.

E a Pasternak esso ispira  un mondo desolato, morto, congelato, dove l’attesa è immobilità rigida di morte.

L’albero senza frutto incontra Dio. L’uomo incontra il suo destino e l'esito non è scontato. Il miracolo è un fulmine che ti schianta. Niente di consolatorio.


IL MIRACOLO



Lui da Betania andava a Gerusalemme,

Era dalla tristezza e dai presagi oppresso.

Arso era un cespuglio di spine sul pendio,

Fermo sulla capanna stava il fumo,

L'aria era bollente e immobile il giunco,

E del Mar Morto la calma era piatta.



E, con amarezza più amara del mare,

Lui se ne andava con una piccola folla di nubi

per via polverosa verso qualche riparo,

Andava in città dai discepoli riuniti.



E tanto immerso era nei suoi pensieri,

che scorato il campo prese profumo d'assenzio.

Tutto si tacque. Stava lui solo nel mezzo.

E il luogo giaceva inerte in oblio.

Tutto si confondeva: il calore e il deserto,

e le lucertole e le fonti e i torrenti.



Un fico si ergeva poco lontano

senza frutti, solo rami e foglie.

E lui gli disse: «A qual scopo sei fatto?

Che gioia nel fusto tuo mi è data?



Io ho sete e fame, e tu sei fiore infecondo,

e incontrarti dà meno gioia del granito.

Oh, qual sterile oltraggio sei tu!

Resta così fino allo scader degli anni.»



Passò per il legno il fremito del giudizio,

come scintilla di lampo nel parafulmine.

E il fico si fece tutto di cenere.



Avessero avuto intanto un istante di libertà

le foglie, i rami, le radici e il tronco,

le leggi della natura sarebbero forse intervenute,

Ma un miracolo è un miracolo e il miracolo è Dio.

Quando siamo smarriti, lasciati аllo sbando,

Esso istantaneo ci coglie alla sprovvista.



domenica 5 aprile 2020

La Settimana Santa con Živago (Prima)

In questi giorni bui, nella settimana di passione di tanti, mi accompagno scandendo i giorni con la poesia di Pasternak.
Serafima Blonskaja. Bambine. La Domenica delle Palme (1900)


1/ La domenica della Palme di Aleksandr Blok (1906)

«L’arte è sempre e senza tregua dominata da due cose. Essa riflette instancabilmente sulla morte e crea così,   instancabilmente, la vita. La grande, la vera arte è quella che si chiama [Rivelazione] Apocalisse di san Giovanni e quella che vi aggiunge qualcosa» Il dottor Živago 


Queste riflessioni del giovane Jura  Živago spiegherebbero perché il motivo della Pasqua sia così radicato nella letteratura russa: I fratelli Karamazov, Il Maestro e Margherita, Il dottor Živago, ad esempio, sono tutti romanzi pasquali. La Pasqua con il suo carico di speranza si incarna anche nella letteratura e, come tutto quanto si faccia carta e inchiostro, conserva della vita solo un fruscio e qualche segno nero offerto alla nostra decodificazione.

E allora mi faccio accompagnare  in questa imminente Settimana Santa da Živago e dal suo dono poetico.

Prima però,  rimango alle soglie della settimana, alle soglie del romanzo.

Il prima…

Il prima del romanzo: quando concepisce la sua opera Pasternak è avvolto dall’atmosfera vissuta e restituita dai versi di Blok: il primo verso di questa poesia, Ragazzi e ragazze, è stato un titolo provvisorio del Dottor Živago.

Il prima della festa: il Sabato prima della Domenica delle Palme. Un fremito di anticipazione per una Festa che еssa stessa è tutta un’attesa, un effimero gioco di equilibrio dei due piatti della bilancia, pronti a inclinarsi bruscamente da un lato.

Il prima: il Sabato giorno prima. La vigilia della Domenica delle Palme, con i suoi presentimenti lontani (la primavera indovinata, la brezza), i timori oscuri (la pioggerellina e il focherello debole e in pericolo) preannuncia il mistero silenzioso e buio del Sabato Santo che non sa se ci sarà una Pasqua.

E intanto Blok riporta mistero e silenzio nel tran tran quotidiano dei preparativi della Festa. Il quotidiano del tepore famigliare in tutti i diminutivi affettivi della poesia russa (in ogni strofa, tranne in quella finale, decisa, piena di intenzione) che in italiano ho reso poco per paura del lezioso.

Ragazzi e ragazze
Candele e palme
A casa han portato.

Focherelli si attizzano
I passanti si segnano
E sa di primavera tutto.

Una brezza di lontano,
Pioggia, pioggerella sottile,
Non spegnere il fuoco!

La Domenica delle Palme
Per prima m’alzerò domani
Per il giorno santo.

venerdì 23 agosto 2019

Il meraviglioso incipit del Dottor Živago


«Tuttavia, è l’atto del camminare la forma più antica di queste azioni ritmico-cinetiche; trovando la loro significazione nel corso del sole sotto la terra e per il cielo (scomparsa-apparizione della luce), il piede, il suo passo, l’andatura, vengono identificati con il ritmo. /…/ Lo stesso termine stich [verso], che viene dalla medesima parola greca stichos, racchiude in sé un’immagine legata al cammino, poiché in greco στείχω significa andare, camminare». O.M Frejdenberg, La poetica dell’intreccio e del genere, Labirint, Moskva 1997, p. 113*.
Ol'ga Frejdenberg era la cugina amatissima di Pasternak.
Aveva forse in mente questo brano mentre scriveva il geniale incipit del suo Dottor Živago? "Andavano, andavano e cantavano «Eterna memoria»…" Шли и шли и пели 'Вечную Память'... Un inizio tutto in movimento (cammina cammina, cavalli, il soffio del vento) da cui germoglia tutto il romanzo. Un inizio in movimento per un romanzo in cammino, nello sforzo del levarsi.
A dire il vero, la prima frase è un verso, un pentametro trocaico. Si tratta del metro più simile all’antico epos, che riecheggia il folclore e le byline, il verso delle meditazioni di Lermontov (Выхожу́ оди́н я на доро́гу, Esco solo sulla strada…) e, per il poeta Gumilev, risalente direttamente al canto.
Ma c'è di più (caso o miracolo di una forma che tutto tiene?): questa prima riga del romanzo riproduce il metro della prima poesia del ciclo di Živago: Amleto.

* "Однако древнейшей формой таких ритмико-кинетических действ являются акты хождения; нога, ступание, ходьба, имея осмысление в шествии солнца под землей и по небу (исчезновение-появление света), отождествляются с ритмом. /…/ Самый термин “стих”, происшедший от одноименного греческого слова “стихос”, заключает в себе образ, связанный с хождением, так как по-гречески (στείχω) значит 'ступать', 'ходить'." О.М.Фрейденберг, Поэтика сюжета и жанра, "Лабиринт", Москва 1997, c.113.
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domenica 1 gennaio 2017

Valzer infernale di Pasternak


Festeggiamenti, auguri, buoni propositivi, auspici. Le luci che accendiamo nel più nero inverno rischiarano il presagio della primavera ancora lontana.
Giorni di incontri, belle parole, illusioni, speranze.
Pasternak ci accompagna volentieri in questa atmosfera di festa e infatti la sua Stella di Natale è forse una sue delle poesie più citate e amate. Quella stella che fa capolino come un'ospite nella capanna in un'ambientazione normale e quotidiana, tra la folla, le scaramucce e le solite beghe umane ci consola perché la sentiamo, infine, a portata di mano.
Eppure, il motivo del Natale e delle sue feste, e il conseguente richiamo a Blok, esplicito nel Dottor Živago, è tutt'altro che dolciastro scartar di doni d'ordinanza.
C'è un lato oscuro, c'è una tristezza nelle feste che almeno qualche volta abbiamo sentito tutti.
Comincia con un senso di estraneità, lontananza dal diffuso umore gioioso, continua con il sospetto che tutta quella gioia sia solo una chiassosa mascherata, un festino in tempo di peste, direbbe Puškin. Tutto posticcio, una esagerata magnificenza di cartapesta e di belletti che si sgonfia nella baraonda della ricerca dei berretti che inevitabilmente si perdono nel guardaroba. L'umile prosaicità della capanna della Stella di Natale, che ci rassicurava, qui si imbolsisce in una diabolica apparenza senza sostanza. E allora ci prende la paura, un azzurro spavento si profila fuori dalla nostra finestra che si apre con un sbuffo di vento, sempre pronto a spegnere le nostre candele scintillanti, con la loro fragile luce sempre in pericolo.

domenica 6 novembre 2016

99 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre. Pasternak e Dickens



Un incredibile sottotesto del Dottor Živago. Pasternak riflette sui giorni della Rivoluzione prendendo a prestito le parole di Dickens sulla rivoluzione francese. Ma non ce lo dice. Racconta solo che la famiglia Živago legge e rilegge A Tale of Two Cities...
“Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un'epoca di saggezza, era un'epoca di follia, era tempo di fede, era tempo di incredulità, era una stagione di luce, era una stagione buia, era la primavera della speranza, era l'inverno della disperazione, ogni futuro era di fronte a noi e futuro non ne avevamo, diretti verso il paradiso, eravamo incamminati nella direzione opposta. A farla breve, era quello un tempo così simile al nostro che alcune fra le voci più autorevoli, quelle che più strillavano, insistevano a giudicarlo, nel bene e nel male, solamente per superlativi” C. Dickens, Una storia tra due città, trad. it. Di M. Domenichelli, Frassinelli, Milano 2000, p. 7

lunedì 19 settembre 2016

Anima di Pasternak



Anima mia, fossa comune...
Dopo lo scandalo legato alla pubblicazione del Dottor Živago all'estero e al Premio Nobel, Pasternak deve mettere da parte un grande progetto di riedizione delle sue poesia in Unione Sovietica, già in cantiere nel 1956. In quell'anno, comunque, erano uscite nove poesie che entreranno in un nuovo libro, Quando rasserena, composto tra il 1956 e 1959, e percorso dal filo rosso della memoria e della vocazione della poesia, dove l'io ritrova se stesso e il proprio senso nel ritrarsi e farsi medium, servo: contenitore anonimo delle ceneri della Storia. Anima entra in quest'ultimo libro. Il Pasternak, che spesso viene letto come il poeta lirico per eccellenza, colui che afferma la Vita e si apre al tutto, qui si fa becchino di Amleto e impasta la sua poesia con il terriccio delle fosse comuni, delle tombe senza nome e senza ricordo del suo Secolo-belva. E con l'epigrafe crea un bel cortocircuito tra Memoria e Oblio: "Un livre еst un grand сimetièrе où sur lа рlupart dеs tombes оn nе реut рlus lire les noms еffacés". Marcel Proust

Anima mia, donna in lutto
per quelli che mi attorniano,
sei divenuta il loculo
dei martoriati vivi.

venerdì 1 novembre 2013

Immortali per un momento: I pini di Pasternak


Rieccomi. Il giorno di Ognisanti. Giorni in cui eterno e quotidiano trovano qualche ponte, magari scherzoso, sghembo e financo commerciale, ma il desiderio è quello. Quale miglior modo di festeggiarlo se non leggendo Pasternak? Il quadro è di Katia Margolis e qui in musica grazie alla voce, soavissima, di Julja Ziganšina. Grazie, amiche!


I pini




Nell'erba, tra balsamine silvestri,
Pratoline e ranuncoli di campo,
siamo stesi noi, le braccia indietro
E al cielo le teste rivolte.


L'erba sul sentiero di pini
E' impenetrabile e fitta.
Ci guardiamo l'un l'altro e ancora
Cambiamo pose e posti.


Ed ecco, immortali per un momento,
Nel novero dei pini siamo accolti
E da malattie, epidemie
E da morte noi siamo liberati.


Con deliberata monotonia
Come balsamo, il denso azzurro
Si stende a terra a sprazzi
E ci imbratta le maniche.


Dividiamo il riposo del rossobosco,
Al brulichio delle formiche
Сonifero soporifero miscuglio
Di limone e incenso respirando.


E tanto impetuosi son nel blu
Dei tronchi di fuoco gli slanci,
E tanto a lungo le braccia teniamo
Sotto le teste arrovesciate in su,


E tanto spazio c'è nello sguardo,
E così docili son tutti là fuori,
Che tra i tronchi il mare chissà dove
Di vedere continuamente mi pare.


Sono onde più alte di queste fronde,
E, rovinando dagli scogli,
Scagliano di granchi una grandine
Dal fondale in subbuglio.


E a sera dietro il rimorchio
sulle boe si trascina l'imbrunire
E si colora d'olio di pesce
E di velata nebbiolina d'ambra.


Fa buio, e a poco a poco
La luna seppellisce ogni traccia
Sotto la bianca magia della schiuma
E la nera magia dell'acqua.


E le onde son sempre più sonore e alte,
E il pubblico sulla zattera
S'affolla a un palo con un cartello
Che non si distingue in lontananza.