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sabato 2 novembre 2019

Assedio/1 Scrivere del cerchio: la Leningrado di Lidija Ginzburg. Uno stralcio della mia recensione sull'"Indice dei libri del mese" di novembre


Leningrado. Memorie di un assedio di Lidija Ginzburg (1902-1990), tradotto e introdotto da Francesca Gori, è il nuovo titolo della collana “Narrare la memoria” ideata da Memorial Italia. Sotto il suo testo, pubblicato per la prima volta nel 1984, l’autrice ha apposto una triplice data «1942-1962-1982», a testimonianza non solo delle difficoltà di pubblicazione, ma anche di tutto l'instancabile lavoro di limatura durato quarant'anni.[...] La Leningrado dei leggendari novecento giorni dell’assedio, tra il settembre 1941 e il gennaio 1944, è innanzitutto gorod-golod, città fame. La fame descritta da Ginzburg, con i suoi riti e la sua routine, tuttavia, non è solo espressione di un bisogno fisico, è l’essenza intima della realtà vissuta dalla città col suo tempo che sgocciola via la massa corporea dei suoi abitanti, in una tragica normalità fatta di norme atte a organizzare deperimento e morte.
[...] L’uomo dell’assedio, infatti, è un individuo dall’esistenza nuda, ma ha uno scopo: sopravvivere, far scorrere il tempo e non morire, perché è un leningradese e resiste, in questo senso la sua lotta con la fame è percepita anche come un fatto sociale. L’individuo è una particella del corpo di Leningrado città, corpo nudo privato della sua carne, avamposto di una resistenza eroica e della propria morte al tempo stesso. È un individuo dalla vita pesante e dalla morte leggera, la morte del distrofico: “Una morte senza stupore: c’era un uomo e ora non c’è più” (p. 176), ben lontana dal processo tormentato descritto nella Morte di Ivan Il’ič da Tolstoj (l’autore più letto nella Leningrado assediata, anche per la sua particolare visione dell’eroismo scevra da ogni retorica). [...] Non è facile orientarsi nel panorama etico della vita quotidiana nell’assedio. Come scriveva Giorgio Agamben a proposito di Auschwitz, anche qui non abbiamo alcun “cartografo” di una nuova terra etica, benché il tema sia diventato materia di molti studi storici. Episodi di ferocia, cannibalismo e violenze inaudite si alternavano a momenti di condivisione e sacrificio. Pietà e crudeltà, indistricabilmente intrecciate insieme anche nel titolo di una delle prose ginzburghiane, sono un motivo costante nella descrizione dei rapporti umani della gente assediata, intrappolata senza scampo negli ingranaggi di un mostruoso ed efficace meccanismo di annientamento, tra bombe, gelo, fame e pericolose delazioni, quando ogni mese del primo terribile inverno aveva la sua caratteristica specifica: dicembre e le slitte coi cadaveri avvolti nei lenzuoli; gennaio e i numerosi cadaveri abbandonati per strada; febbraio e i cadaveri impilati ai bordi delle vie. Come in Primo Levi, il sentimento che prevale è la vergogna, vergogna perché la nuda sopravvivenza è già di per sé misura dell’insufficienza del proprio sacrificio. [...]

domenica 6 novembre 2016

99 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre. Pasternak e Dickens



Un incredibile sottotesto del Dottor Živago. Pasternak riflette sui giorni della Rivoluzione prendendo a prestito le parole di Dickens sulla rivoluzione francese. Ma non ce lo dice. Racconta solo che la famiglia Živago legge e rilegge A Tale of Two Cities...
“Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un'epoca di saggezza, era un'epoca di follia, era tempo di fede, era tempo di incredulità, era una stagione di luce, era una stagione buia, era la primavera della speranza, era l'inverno della disperazione, ogni futuro era di fronte a noi e futuro non ne avevamo, diretti verso il paradiso, eravamo incamminati nella direzione opposta. A farla breve, era quello un tempo così simile al nostro che alcune fra le voci più autorevoli, quelle che più strillavano, insistevano a giudicarlo, nel bene e nel male, solamente per superlativi” C. Dickens, Una storia tra due città, trad. it. Di M. Domenichelli, Frassinelli, Milano 2000, p. 7

sabato 29 ottobre 2016

29 ottobre. La restituzione dei nomi



  


Quando si seppellisce un'epoca,
Non risuona il salmo funebre,
All'ortica, al cardo
Toccherà ornarla.
Anna Achmatova

Il 30 ottobre del 1974 nei lager della Mordovia alcuni zek (i detenuti nei campi di lavoro forzato) organizzarono il giorno dei prigionieri politici in URSS. Piano piano l'iniziativa si diffuse tra i lager e le prigioni dell'Unione Sovietica. Una sorta di grido, quasi rivolto al nulla: noi ci siamo, non ci arrendiamo. Il giorno era accompagnato anche dallo sciopero della fame e altre azioni.
Il grido venne però ascoltato e raccolto da Sacharov che, con qualche amico e sodale, nel suo piccolo appartamento di Mosca, tenne una conferenza stampa sulla questione.
Da quel giorno il 30 ottobre diventò il giorno dei prigionieri politici, celebrato sia all'interno che fuori dei lager.
Nel 1991, il 18 ottobre, il Consiglio Supremo della Repubblica Russa promulgò la legge sulla riabilitazione e scelse proprio il 30 ottobre come giorno per la memoria di tutte le vittime delle repressioni politiche.
Ma, ormai dal 2007,  è il giorno prima, il 29 ottobre, che in silenzio, senza discorsi, senza riti o pompa alcuna, moltissime persone si ritrovano intorno al Masso delle Solovki nella piazza della Ljubjanka e dalle 10 del mattino alle 10 di sera leggono semplicemente i nomi delle vittime. Solo una lunga lista di nomi. Memorial propone delle liste, di solito di persone fucilate a Mosca, ma chiunque può andare e leggere i nomi di parenti o amici e portare una candela.
Non si riesce a legger molto in 12 ore, però. Roginskij di Memorial, parla di solo 3000 circa. 12 ore non bastano.
Qualche anno fa in un'intervista Roginskij faceva un po' di conti... circa 720.000 persone fucilate nel paese (1.700.000 circa di arrestati), durante il Grande Terrore, iniziato un giorno preciso, il 5 agosto 1937 e finito in un giorno altrettanto preciso, il 17 novembre 1938. Si trattava di operazioni di massa, regolate da ordini e condotte in modo abbastanza organizzato e veloce. Condanna ed esecuzione, senza processo, condotta da una trojka o anche dvojka di giudici, spesso su semplici liste, spuntate con uno frettoloso svolazzo che indicava la condanna. A Butovo, nella periferia di Mosca in 15 mesi sono state uccise più di 20.000 persone. E non era il solo “poligono” che a Mosca insaziabimente inghiottiva vite umane.
Oggi, in questo momento, alcune persone si ritrovano in silenzio a Mosca.
Perché tutti hanno il diritto a un nome, tutti hanno il diritto a una tomba...




martedì 25 giugno 2013

L'Assedio di Leningrado e il suo museo

Cittadini! In caso di cannoneggiamento questo lato della via è più PERICOLOSO
Entro nel "Museo della Difesa di Leningrado e dell'Assedio", faccio qualche gradino e subito mi ritrovo in una saletta azzurro scuro. In silenzio scorre un filmato su tutta una parete. Sulle altre brevi sequenze di  brandelli di vite lontane. Inverno. Leningrado. La gente cammina per la strada. Ponti, carretti, slitte, morti per terra. Ghiaccio, fagotti, bambini-fagotti, bambini adagiati nella bara come in una culla. Orsetti di pezza.
La gente passa. Le file per il pane, tutto bianco e le persone puntini neri. In piedi o per terra.
Ancora le slitte, slittini ovunque, come se la città intera scivolasse verso la morte su un gioco di bambini. Scorrono quelle immagini e dietro e di fianco sulle altre pareti balenano cifre, di morti, di ore in cui cadono granate incessantemente (13 ore e 14 minuti nel luglio 1943), di grammi di pane, 35% di incremento della mortalità infantile, 780000 morti nel primo anno, il più terribile per il freddo e perché tutte le persone deboli morirono quell'anno.
La periferia della città è un campo di battaglia, non per metafora. Andavano a scavare le trincee in tram.
Nel canale invaso dalla neve scorre del pattume. Galleggia un segnale stradale a forma di croce.
400.000 bambini rimasero in città. Quanto mangiavano se il pane del primo inverno d'assedio era riservato soprattutto a chi lavorava, 250 gr. agli operai, 125 agli impiegati...?
Esco dalla saletta e salgo lo scalone che mi porta all'esposizione vera e propria. Ero venuta per vedere il museo dell'Assedio, la Blokada con i suoi terribili 900 giorni e invece mi trovo di fronte a quello della Difesa, dell'Oborona di Leningrado. Giusto, penso, facciamo memoria della sofferenza atroce che ha tormentato la città (21 ottobre 1941, una nota del Dipartimento della Difesa tedesco comunica la decisione di Hitler in persona di considerare la popolazione civile della città, anzi, del "centro abitato", come "oggetto militare" e già a settembre una direttiva dello Stato Maggiore tedesco ordinava di non raderla al suolo ma prenderla per fame), facciamo memoria celebrando il suo eroismo.
Ma io e i curatori del Museo abbiamo evidentemente una diversa concezione di eroismo.
Non una parola su Anna Achmatova, non una parola di Šostakovič e la sua Settima, o sull'orchestra della Radio di Leningrado che suona, suona fino allo sfinimento, che raccoglie a sé musicisti dimenticati, accorsi per suonare quando i titolari del prestigioso posto sono morti o miracolosamente evacuati.
Non una parola su Ol'ga Berggol'c (1910-1975). La voce della Leningrado assediata con il suo programma Parla Leningrado [Govorit Leningrad] incoraggiava, infondeva vita ai cittadini stremati. Il suo Diario di febbraio (1942) racconta dello scricchiolio degli slittini, del lume cieco della candela, della eroica vita quotidiana durante il tempo dell'assedio. La cerco, vada per Achmatova e Šostakovič, ma lei come può mancare? E in effetti lei, almeno lei, c'è. Vicino al distributore dell'acqua, sotto la scala, nel disimpegno che porta a qualche ufficio di polverosa e sovietica memoria finalmente la riconosco da lontano: c'è la copia del monumento mortuario posto sulla sua lapide. Solo lei e il suo nome. Nessuna didascalia, nessuna spiegazione. Lei e il suo nome, una "vedova leningradese" come tante. In compenso accanto in una vetrinetta viene sbandierato un poeta "dell'assedio" (morto nel 2011, aveva una decina di anni al tempo dell'assedio), un certo Molčanov (il signor Dei Silenzi, nome ispiratore per un poeta).
L'esposizione si concentra sui successi militari, sui numeri degli armamenti e sul tributo di vittime pagato da... dai čekisti!! Nell'assedio muoiono 700 čekisti, 1230 poliziotti e 2500 pompieri. Sono costretti a un lavoro immenso: la caccia ai delinquenti, lingotti d'oro, speculazioni d'ogni genere, casi di cannibalismo... Non nego che la situazione sia stata difficile, anche per motivi di ordine pubblico. Ma mi rifiuto di credere che uno dei maggiori problemi della Leningrado assediata fossero le spie e i sabotatori nemici, evocati continuamente dalla stampa, dalle "matite militanti" ecc... Ma le varie campagne contro di loro fornirono il pretesto di introdurre misure straordinarie per la disciplina. Ecco allora perfettamente ricostruito l'ufficio dell'eroe čekista. Ecco la campagna contro i "chiacchieroni", il livello di aggressività tenuto ben desto. Ho visto, ad esempio, il libretto personale di un krasnoarmeec, di un soldato dell'Armata Rossa. Accanto alle tenere foto di una giovane donna e un bambino c'erano le tabelle per tenere il conto dei fascisti annientati.


Capisco un po' di più quando arriva una guida del museo che accompagna un gruppo di giovani ragazzi russi. Mi accomodo poco lontano e origlio la sua spiegazione sull'operazione Barbarossa. Parla dello spregevole Hitler che invade la Russia senza dichiarazione di guerra (non so come funziona, ma la dichiarazione di guerra ci fu, il 21 giugno, un giorno prima, sia a Ribbentropp sia all'ambasciatore russo a Berlino, ma questo è un dettaglio in effetti). La guida parla a lungo ma non menziona il fatto che Stalin si era da poco alleato con lo stesso spregevole Hitler, che era stato informato dell'attacco imminente da inglesi e americani, oltre che dai propri informatori che gli avevano comunicato la data precisa. La guida parla, anzi recita come se declamasse un testo drammatico. Il pathos aumenta e la voce si alza quando parla di tradimento e poi ricorda il valore dei leningradesi che hanno resistito (di fronte a quegli smidollati di parigini che si arresero senza lottare, mah! e la Resistenza francese?)
Dimenticavo, appena entrati nell'esposizione, la prima cosa che si vede è
Stalin che di fronte all'attacco tedesco tace per 11 giorni e solo il 3 luglio pronuncia il famoso discorso alla nazione che iniziava con "Fratelli e sorelle" invece che con il solito "Tovarišči". Stalin i cui discorsi nella Leningrado assediata provocavano morti inutili perché per non offuscare la sua santa voce venivano sospese le sirene degli allarmi aerei...


sabato 22 giugno 2013

22 giugno 1941

  
Le forze messe in campo dall'operazione Barbarossa

        Tedeschi e alleati                           Unione Sovietica
Uomini    5.500.000                                  3.250.000
Carri        4.300.000                                  3.800.000
Aerei        5.900.000                                 9.200.000

martedì 21 maggio 2013

Quando arrivarono i soldati russi...


A Vyborg non c'è quasi nessuno che sia arrivato prima degli anni Quaranta. Gente senza storia in una città soffocata dalla storia. I finlandesi se ne sono andati nel 1944 in massa. Chi è rimasto, di solito contadini in fattorie isolate che pensavano solo a coltivare le loro patate-carote-cavoli, è stato per la maggior parte deportato in Siberia. "Sono sopravvissuti, i finlandesi: senza tante parole e senza tante emozioni, hanno trovato un modus vivendi anche nelle inospitali terre siberiane".
Fondata nel 1293 dagli svedesi, perla del golfo di Finlandia Vyborg-Viipuri, è stata continuamente contesa passando di mano in mano, avanti e indietro tra Svezia, Russia e Finlandia. Le sue complesse fortificazioni stellate non le sono state di gran aiuto. Per tutta la metà del Novecento, su un'altura ai bordi della città il monumento a Pietro il Grande, che la conquistò nel 1710 per assicurare un "cuscino" a San Pietroburgo, si è alternato al fiero leone simbolo dell'indipendenza finlandese che ora siede un po' malconcio davanti agli uffici del museo del parco Mon repos. Qualcuno l'aveva seppellito per salvarlo dalla distruzione dei soldati che facevano a pezzi tutto ciò che sapeva di Finlandia.
"Quando arrivarono i soldati russi" è il ritornello con cui il direttore del museo (russo) del parco che ci accompagna per il parco inizia a spiegare perché il tal monumento è senza mani, perché all'obelisco manca l'iscrizione di Virgilio o perché il meraviglioso palazzo dei baroni è inagibile dagli anni Sessanta, in attesa di una cospicua donazione di un fondo di Washington che qui tutti temono si perderà in gran parte nei meandri della corruzione federale.
Il palazzo, opera di Giuseppe Antonio Martinelli (curatore della collezione di quadri dell'Ermitage) venne terminato nel 1804. Adibito a centro di vacanze per soldati già nel 1945, è diventato uno di quei tremendi asili "24 ore" sovietici (dove i bambini non tornavano mai a casa perché le mamme lavorassero in santa pace) per poi finire bruciato e rimanere così, una carcassa inavvicinabile per mezzo secolo. Insieme all'annesso della biblioteca, che invece si è salvata perché i finlandesi si sono portati via a Helsinki le decine di migliaia di libri dei baroni che ora riposano su scaffali finnici nello stesso preciso ordine con cui erano disposti a Mon repos.
E così Vyborg continua la sua vita sonnacchiosa di città ai margini, continua la sua vita un po' sovietica ("eh, Evgenija Viktorovna, non esistono persone ex sovietiche, esistono solo persone sovietiche con vari gradi di consapevolezza") senza quella senso di sicurezza minimo che lo Stato sovietico assicurava al cittadino qualunque. Sembra morire di una lenta e inavvertita fine, Vyborg. La biblioteca progettata da Arvo Aalto è tutta impacchettata e sta per essere restaurata, solo perché qualche tempo fa Putin si è incontrato quasi per caso con la premier finlandese sul nuovo treno veloce Helsinki-Pietroburgo. La signora, probabilmente inarcando il sottile sopracciglio, ha chiesto notizie dell'edificio e la macchina dei lavori sembra essersi mossa.
Nessun sopracciglio, invece, si è alzato per la via centrale di Vyborg, quella che porta alla fortezza, via Krepostnaja. Qualche tempo fa un edificio è crollato e ora molte case antiche sono pericolanti. Cammini tra le transenne, come se la guerra fosse finita ieri. Qualche caffè, qualche negozietto di souvenirs e poi staccionate, impalcature lasciate a metà, coperture fantasiose che lasciano indovinare dai buchi o da cupe trasparenze il sobrio decorativismo dell'art noveau del Nord. Sembra impossibile che nessuno voglia investire in centro di una città che è stata tra le più importanti del granducato di Finlandia e che ora è completamente dimenticata dal governo federale. Viipuri città-comfort, la chiamavano negli anni Trenta quando era al centro degli studi e degli esperimenti dell'architetto Otto-Iivari Meurman (1890-1994), invitato dalla municipalità cittadina a vigilare sulla conservazione dei suoi monumenti antichi e sulla razionalità e sostenibilità delle nuove costruzioni.
Rimane un velo di tristezza, nella vecchina che legge le Izvestija appese come un tempo lungo il bordo del parco e il disincanto del direttore del museo che ama la sua città (da soli sei anni, anche lui non è di qui), che adora il suo lavoro ma che non vede prospettive. E Lenin nella Piazza Rossa con il suo gesto ampio continua a gettare mangime ai piccioni...

sabato 23 febbraio 2013

Di nuovo la festa del 23 febbraio in Russia

La festa del difensore della Patria. Ne ho già parlato l'anno scorso qui.
Ma questo è un altro giorno della memoria di cui tutti dovremmo ricordarci: il giorno del ricordo della deportazione in massa del popolo ceceno e ingusceto dalle proprie terre votata dal Politbjuro nel 1944 su ordine di Stalin stesso. Nel 2004 il Parlamento Europeo lo ha ufficialmente definito un genocidio scientemente pianificato. Qui i documenti in inglese.

(grazie a Katia Margolis per le info e le foto)

domenica 18 novembre 2012

50 anni dalla pubblicazione di Una giornata di Ivan Denisovič

18 novembre 1962. E' passato esattamente mezzo secolo dalla pubblicazione del romanzo breve di Solženicyn Odin den' Ivana Denisovič . Voluta da Chruščev in persona, questa mossa di "Novyj mir" scoperchiò per un momento l'infernale pentolone del GULAG. Migliaia e migliaia di persone scrissero all'autore dandogli materiale ed energia per scrivere L'Arcipelago Gulag.
Per chi sa il russo, non perdetevi la lettura dell'opera fatta da Solženicyn stesso alla BBC.

mercoledì 7 novembre 2012

Il 95° anniversario dell'Ottobre: Chagall e la Rivoluzione

Oggi è il 7 novembre ed è l'anniversario della Rivoluzione d'Ottobre (la sfasatura tra ottobre e novembre è dovuta al calendario giuliano che misura il tempo della Russia prerivoluzionaria. La Rivoluzione è avvenuta il 25 ottobre 1917). Insomma, ottobre, novembre: le cose non sono mai quello che sembrano.
Marc Chagall lo sapeva bene e così ecco qua cosa scrive di quei giorni memorabili nella sua La mia vita (trad.M. Mauri, con lievi modifiche, edizioni SE).

I soldati fuggivano dal fronte. La guerra, le munizioni, le pulci, tutto viene abbondonato nelle trincee.
I soldati, in preda al panico, rompevano i finestrini dei vagoni, prendevano d'assalto i treni distrutti, e, pigiati, come aringhe, filavano verso le città, verso le capitali.
La libertà ruggiva nelle loro bocche. Le bestiemme fischiavano.
Neanch'io resto al mio posto. Lascio l'ufficio, il calamaio e tutte le scartoffie registrate. Addio!
Anch'io, come gli altri abbandono il fronte.
La libertà e la fine della guerra.
Libertà. Libertà di tutto.
E scoppia, alfine, la rivoluzione di febbraio.
Il mio primo sentimento è che non avrò più guai con "passaportista".
/.../
Qualcosa stava per nascere.
Vivevo come in uno svenimento.
Non ho nemmeno udito Kerenskij. Era all'apogeo della gloria. La mano sul petto, come Napoleone, lo sguardo anche. Dorme nel letto imperiale.
Al ministero K.D. subentra quello dei semidemocratici. Dopo di loro, i democratici. Ci si univa. Scacco.
In seguito il generale Kornilov volle salvare la Russia. I disertori attaccavano tutti i nodi ferroviari.
"Torniamo ai nostri focolari!"
Si era nel mese di giugno. Gli esery [socialrivoluzionari] erano in voga. Cernov teneva, al circolo, discorsi.
"Assemblea costituente, assemblea costituente!"
Sulla piazza Znamenskij, davanti al grande monumento di Alessandro III, si cominciava a sussurrare:
"Lenin è arrivato"
"Chi è costui?"
"Lenin da Ginevra?"
"Proprio lui."
"E' qui."
"Possibile?"
"Abbasso! Cacciatelo via! Viva il governo provvisorio! Tutto il potere all'assemblea costituente!"
/.../
La Russia si copriva di ghiacci

Lenin l'ha rovesciata di sotto in su, come io rovescio i miei quadri. La signora Kčessinskij è partita. Lenin tiene un comizio.

giovedì 23 febbraio 2012

La festa del 23 febbraio

Il 23 febbraio in Russia è la festa del Difensore della Patria.
Continua la manipolazione tendenziosa della storia e la nuova Russia non è da meno della propaganda sovietica. In periodo sovietico il 23 febbraio era il giorno glorioso dedicato alla gloriosa Armata Rossa. Oggi la festa ha perso il suo smalto, ha cambiato nome, poiché la retorica del patriottismo si risveglia soprattutto per il 9 maggio in primavera come le marmotte e questa giornata si trascina in tono minore, spesso ricilandosi come "festa degli uomini" da contrapporsi al sentitissimo 8 marzo (come se, tutto sommato, la difesa della patria sia sempre un questione da maschi).
Ma da dove sbuca questa data, il 23 febbraio? Essa ricorderebbe alcune mirabolanti vittorie della neonata Armata Rossa in risposta a un'offensiva tedesca a Narva e vicino a Pskov, proprio mentre Lenin e compagni stavano trattando la pace di Brest-Litovsk e, quindi, l'uscita della Russia dalla guerra (uscita ignominosa a detta dei più ed estremamente sfavorevole per la Russia*, ma può essere un'uscita da un guerra più ignominosa della guerra stessa?).
Questo è ciò che è sempre stato detto e ripetuto per decenni.

domenica 15 gennaio 2012

"But they are only Russian". Un libro da leggere e una trasmissione da ascoltare

Ci siamo abituati, possiamo quasi comprendere che la propaganda stalinista mentisse per coprire l'orrida verità sulla grande carestia nelle campagne, soprattutto ucraine, nei primi anni Trenta. L'esibizione della terra deserta e improduttiva, la visione dei contadini stremati e falciati dalla fame proprio nelle regioni più fertili dell'URSS sarebbe stata un'accusa troppo evidente alla politica della collettivizzazione forzata e alla dekulakizzazione iniziata da Stalin nel 1929, l'anno della Grande Svolta, il "Velikij Perelom" (parola ben più inquietante di svolta, perché vuol dire rottura). Da qualche tempo, anche per l'azione fortemente politica dell'Ucraina degli anni scorsi, si parla diffusamente di holodomor come di "genocidio ucraino" e la questione è ancora aperta tra gli storici (non certo sul fatto ormai incontrovertibile dei milioni di morti dovuti alla carestia, ma sulla sua supposta pianificazione contro il popolo ucraino in quanto tale).

domenica 25 settembre 2011

Rokirovka 2012

Dopo il tandem l'arrocco. Unica mossa degli scacchi che permette l'uso di due pezzi contemporaneamente. Sabato nell'ambito di un giubilante congresso di "Russia Unita" Medvedev ha annunciato la candidatura di Putin. Con il sistema dell'arrocco e i 2 mandati a testa concessi dalla costituzione possiamo andare avanti all'infinito di otto anni in otto anni. Sembra il gioco che si faceva da bambini con le mani, una sopra la tua, poi quella sotto passava sopra e poi l'altra e via via verso un radioso futuro. Combinazione in questi giorni esce un libro di una grande studiosa sulla Russia, Hélène Carrère d'Encausse. Varrà la pena leggerselo. Qui l'accurata recensione di Paolo Mieli sul Corriere di qualche giorno fa.

lunedì 23 maggio 2011

Stalin e il patriarca. Un libro di Adriano Roccucci


Un tassello dietro l'altro si precisa l'immagine che abbiamo della società sovietica. Questo libro sui rapporti tra la Chiesa ortodossa e il potere sovietico aiuta a ricostruire il quadro della storia culturale sovietica, oltre che religiosa. Qui sotto l'intervista di Roccucci al giornale "Europa" di mercoledì 18 maggio, dove lo storico parla della specificità dell'ateismo professato dallo Stato sovietico che non per questo si proponeva Stato laico, anzi: invece di sottoporre la Russia a una secolarizzazione, l'avvio verso una "confessionalizzazione ribaltata" (e forzata, aggiungerei io).

venerdì 4 marzo 2011

Aveva ragione Alessandro II e non Stalin!

На выставке, посвящённой 150-летию отмены крепостного права в России. С директором Российского государственного исторического архива Александром Соколовым. Strano modo di giocare con la Storia da parte della presidenza russa! Ieri Medvedev è intervenuto con un discorso inaugurale a un solenne congresso, organizzato a San Pietroburgo per celebrare il 150° anniversario della liberazione dei servi della gleba. L'"evento" per antonomasia (событие) della storia russa dell'Ottocento avvenne il 19 febbraio (del calendario giuliano) 1861 e lo zar che promulgò l'atto fu Alessandro II, passato alla storia come lo Zar Liberatore. E' singolare che un governante di oggi debba ispirarsi a uno zar, a uno zar dico, per parlare di libertà e democrazia (nel suo discorso Medvedev oppone il democratico Alessandro a Nicola I e a Stalin, osservando acutamente che "la libertà è meglio che la non libertà"!).
"Le grandi riforme e la modernizzazione della Russia" è il titolo del congresso. Modernizzazione non è termine del XIX secolo, ma del XXI sì. E' una delle parole preferite da Medvedev e dal suo entourage, anzi è una sorta di slogan ripetuto come un mantra con cui distinguere l'attuale presidente dal suo (ex?) mentore Putin. Come quest'ultimo negli anni passati riempiva la testa dei russi di "sovranità" e "verticale del potere"... A proposito, ecco uno stralcio del discorso di Medvedev:

mercoledì 22 dicembre 2010

Registi e potere (Michalkov, parte III)

Penso che l'assaggio sia sufficiente e non continuo con la traduzione del Manifesto michalkoviano. Solo una breve riflessione. L'appello a non frammentare la storia russa è un modo ora molto comune di manipolare la storia stessa. Come se il travagliato percorso storico russo sia l'espressione di un'unica (possibilmente grande e potente) statualità da considerarsi indipendentemente da ogni declinazione politica e ideologica. In questo modo si può con facilità fare a meno di ogni giudizio e responsabilità perché a emergere in primo piano è la real Politik dello Stato (leggi: Impero) che forgia i modi della propria sopravvivenza e del proprio sviluppo. Così Stalin diventa una tesserina in questo grande disegno, una tesserina con luci e ombre, certo, ma necessaria per l'encomiabile opera di modernizzazione del paese. Tutti condannano le atrocità del Terrore, ma...




giovedì 23 settembre 2010

Un segnalazione di Giulia.


Scrivo sull’onda dell’entusiasmo per aver trovato, dopo alcune delusioni, un libro profondo, sincero, schietto e interessante. Per una volta pubblico, critica, marketing, mercato – insomma tutto ciò che ruota intorno a un “prodotto editoriale” (come dicono i professionisti del settore di oggi) è stato unanime e anche io mi aggiungo al coro e al battito di mani.
Sto parlando di Podstročnik (letteralmente "traduzione interlineare") di Lilianna Zinov’evna Lungina, uno dei rari casi di libro uscito dopo il successo incredibile del film diretto dal regista Oleg Dorman. L’autrice, oggi forse nota ai più giovani come madre di Pavel Lungin – regista di Ostrov (L’isola) – era molta famosa nei circoli letterari moscoviti del Novecento. Lilianna ha attraversato il secolo breve a modo suo, ricamando una storia e un destino particolari. Traduttrice, scrittrice ma soprattutto pensatrice e intellettuale nel senso più alto e bello del termine, ovvero donna che usa il suo intelletto per affrontare ogni sfida con onestà e umanità.

domenica 30 maggio 2010

50 anni dalla morte di Pasternak

Oggi. Per ricordarlo ripassiamo le vicende del caso Živago-Feltrinelli con questa trasmissione di Minoli. Un po' sensazionalistica, ma con una accettabile ricostruzione dei fatti

lunedì 10 maggio 2010

Il giorno della Vittoria secondo Ljudmila Alekseeva

Celebrazioni e memoria non sono sinonimi di pompa magna e retorica. Ecco come si ricorda il 9 maggio 1945 Ljudmila Alekseeva (dal suo blog, ormai più volte citato): "Domani è il 9 maggio. E' la 65° volta che festeggio questo giorno. Per me ora è la festa più importante. E ogni volta viene in mente come ciò si è svolto nel 1945. Ci sono dei giorni nella vita che non si dimenticano per quanto a lungo tu possa vivere.


venerdì 7 maggio 2010

No Stalin campaign. Altri manifesti. Verso il 9 maggio (parte VIII)

Così dice il III manifesto di Memorial:

"A inizio ottobre 1941 furono spediti in battaglia contro i soldati di Hitler che avanzavano le divisioni della protezione civile: moscoviti dai 17 ai 55 anni praticamente senza alcun addestramento e quasi disarmati. Delle 12 divisioni 11 furono accerchiate presso Vjaz'ma, più di 120 mila dei loro uomini finirono in prigionia. Ecco il prezzo della politica prebellica di Stalin, inetta e criminale."

mercoledì 5 maggio 2010

No Stalin campaign. Verso il 9 maggio (parte VI)

In risposta alle paventate gigantografie di Stalin nel centro di Mosca per onorare la Vittoria di 65 anni fa sul nazismo, Memorial ha preparato dei contromanifesti intitolati PER LA PATRIA! SENZA STALIN, in una sorta di tentativo di affrancare il patriottismo dall'ombra di Stalin. Il primo recita:
"Negli anni prebellici con la 'benedizione' di Stalin furono fucilati 3 dei 5 marescialli dell'esercito , 18 dei 23 comandanti di primo e secondo rango, 50 dei 57 comandanti di corpo d'armata, 154 dei 186 comandanti di divisione.
Solo negli anni 1937-1938 furono repressi più di 30.000 militari."