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sabato 29 ottobre 2016

29 ottobre. La restituzione dei nomi



  


Quando si seppellisce un'epoca,
Non risuona il salmo funebre,
All'ortica, al cardo
Toccherà ornarla.
Anna Achmatova

Il 30 ottobre del 1974 nei lager della Mordovia alcuni zek (i detenuti nei campi di lavoro forzato) organizzarono il giorno dei prigionieri politici in URSS. Piano piano l'iniziativa si diffuse tra i lager e le prigioni dell'Unione Sovietica. Una sorta di grido, quasi rivolto al nulla: noi ci siamo, non ci arrendiamo. Il giorno era accompagnato anche dallo sciopero della fame e altre azioni.
Il grido venne però ascoltato e raccolto da Sacharov che, con qualche amico e sodale, nel suo piccolo appartamento di Mosca, tenne una conferenza stampa sulla questione.
Da quel giorno il 30 ottobre diventò il giorno dei prigionieri politici, celebrato sia all'interno che fuori dei lager.
Nel 1991, il 18 ottobre, il Consiglio Supremo della Repubblica Russa promulgò la legge sulla riabilitazione e scelse proprio il 30 ottobre come giorno per la memoria di tutte le vittime delle repressioni politiche.
Ma, ormai dal 2007,  è il giorno prima, il 29 ottobre, che in silenzio, senza discorsi, senza riti o pompa alcuna, moltissime persone si ritrovano intorno al Masso delle Solovki nella piazza della Ljubjanka e dalle 10 del mattino alle 10 di sera leggono semplicemente i nomi delle vittime. Solo una lunga lista di nomi. Memorial propone delle liste, di solito di persone fucilate a Mosca, ma chiunque può andare e leggere i nomi di parenti o amici e portare una candela.
Non si riesce a legger molto in 12 ore, però. Roginskij di Memorial, parla di solo 3000 circa. 12 ore non bastano.
Qualche anno fa in un'intervista Roginskij faceva un po' di conti... circa 720.000 persone fucilate nel paese (1.700.000 circa di arrestati), durante il Grande Terrore, iniziato un giorno preciso, il 5 agosto 1937 e finito in un giorno altrettanto preciso, il 17 novembre 1938. Si trattava di operazioni di massa, regolate da ordini e condotte in modo abbastanza organizzato e veloce. Condanna ed esecuzione, senza processo, condotta da una trojka o anche dvojka di giudici, spesso su semplici liste, spuntate con uno frettoloso svolazzo che indicava la condanna. A Butovo, nella periferia di Mosca in 15 mesi sono state uccise più di 20.000 persone. E non era il solo “poligono” che a Mosca insaziabimente inghiottiva vite umane.
Oggi, in questo momento, alcune persone si ritrovano in silenzio a Mosca.
Perché tutti hanno il diritto a un nome, tutti hanno il diritto a una tomba...




giovedì 18 luglio 2013

Ci risiamo: Naval'nyj e Oficerov

Il comunicato di Memorial sulla vicenda: "Oggi a Kirov il tribunale ha emesso la condanna per Aleksej Naval'nyj e Petr Oficerov: 5 anni e 4 anni di reclusione. L'associazione internazionale Memorial e il Centro per i diritti umani Memorial ritengono che questa condanna abbia motivazioni politiche e che sia infondata e illegittima. Da ogg iin Russia ci sono due prigionieri politici in più. La condanna di Naval'nyj e di Oficerov dimostra chiaramente il carattere repressivo dell'attuale regime russo". Anna Zafesova ricostruisce sulla stampa così. E intanto per le 19 molti si stanno preparando ad andare in piazza, a Mosca, sulla piazza del Maneggio davanti la Piazza Rossa. E anche il regime si sta preparando con solerzia. E' già tutto chiuso, la piazza Rossa inaccessibile, come dimostrano queste foto di Ilya Varlamov.

martedì 25 giugno 2013

L'Assedio di Leningrado e il suo museo

Cittadini! In caso di cannoneggiamento questo lato della via è più PERICOLOSO
Entro nel "Museo della Difesa di Leningrado e dell'Assedio", faccio qualche gradino e subito mi ritrovo in una saletta azzurro scuro. In silenzio scorre un filmato su tutta una parete. Sulle altre brevi sequenze di  brandelli di vite lontane. Inverno. Leningrado. La gente cammina per la strada. Ponti, carretti, slitte, morti per terra. Ghiaccio, fagotti, bambini-fagotti, bambini adagiati nella bara come in una culla. Orsetti di pezza.
La gente passa. Le file per il pane, tutto bianco e le persone puntini neri. In piedi o per terra.
Ancora le slitte, slittini ovunque, come se la città intera scivolasse verso la morte su un gioco di bambini. Scorrono quelle immagini e dietro e di fianco sulle altre pareti balenano cifre, di morti, di ore in cui cadono granate incessantemente (13 ore e 14 minuti nel luglio 1943), di grammi di pane, 35% di incremento della mortalità infantile, 780000 morti nel primo anno, il più terribile per il freddo e perché tutte le persone deboli morirono quell'anno.
La periferia della città è un campo di battaglia, non per metafora. Andavano a scavare le trincee in tram.
Nel canale invaso dalla neve scorre del pattume. Galleggia un segnale stradale a forma di croce.
400.000 bambini rimasero in città. Quanto mangiavano se il pane del primo inverno d'assedio era riservato soprattutto a chi lavorava, 250 gr. agli operai, 125 agli impiegati...?
Esco dalla saletta e salgo lo scalone che mi porta all'esposizione vera e propria. Ero venuta per vedere il museo dell'Assedio, la Blokada con i suoi terribili 900 giorni e invece mi trovo di fronte a quello della Difesa, dell'Oborona di Leningrado. Giusto, penso, facciamo memoria della sofferenza atroce che ha tormentato la città (21 ottobre 1941, una nota del Dipartimento della Difesa tedesco comunica la decisione di Hitler in persona di considerare la popolazione civile della città, anzi, del "centro abitato", come "oggetto militare" e già a settembre una direttiva dello Stato Maggiore tedesco ordinava di non raderla al suolo ma prenderla per fame), facciamo memoria celebrando il suo eroismo.
Ma io e i curatori del Museo abbiamo evidentemente una diversa concezione di eroismo.
Non una parola su Anna Achmatova, non una parola di Šostakovič e la sua Settima, o sull'orchestra della Radio di Leningrado che suona, suona fino allo sfinimento, che raccoglie a sé musicisti dimenticati, accorsi per suonare quando i titolari del prestigioso posto sono morti o miracolosamente evacuati.
Non una parola su Ol'ga Berggol'c (1910-1975). La voce della Leningrado assediata con il suo programma Parla Leningrado [Govorit Leningrad] incoraggiava, infondeva vita ai cittadini stremati. Il suo Diario di febbraio (1942) racconta dello scricchiolio degli slittini, del lume cieco della candela, della eroica vita quotidiana durante il tempo dell'assedio. La cerco, vada per Achmatova e Šostakovič, ma lei come può mancare? E in effetti lei, almeno lei, c'è. Vicino al distributore dell'acqua, sotto la scala, nel disimpegno che porta a qualche ufficio di polverosa e sovietica memoria finalmente la riconosco da lontano: c'è la copia del monumento mortuario posto sulla sua lapide. Solo lei e il suo nome. Nessuna didascalia, nessuna spiegazione. Lei e il suo nome, una "vedova leningradese" come tante. In compenso accanto in una vetrinetta viene sbandierato un poeta "dell'assedio" (morto nel 2011, aveva una decina di anni al tempo dell'assedio), un certo Molčanov (il signor Dei Silenzi, nome ispiratore per un poeta).
L'esposizione si concentra sui successi militari, sui numeri degli armamenti e sul tributo di vittime pagato da... dai čekisti!! Nell'assedio muoiono 700 čekisti, 1230 poliziotti e 2500 pompieri. Sono costretti a un lavoro immenso: la caccia ai delinquenti, lingotti d'oro, speculazioni d'ogni genere, casi di cannibalismo... Non nego che la situazione sia stata difficile, anche per motivi di ordine pubblico. Ma mi rifiuto di credere che uno dei maggiori problemi della Leningrado assediata fossero le spie e i sabotatori nemici, evocati continuamente dalla stampa, dalle "matite militanti" ecc... Ma le varie campagne contro di loro fornirono il pretesto di introdurre misure straordinarie per la disciplina. Ecco allora perfettamente ricostruito l'ufficio dell'eroe čekista. Ecco la campagna contro i "chiacchieroni", il livello di aggressività tenuto ben desto. Ho visto, ad esempio, il libretto personale di un krasnoarmeec, di un soldato dell'Armata Rossa. Accanto alle tenere foto di una giovane donna e un bambino c'erano le tabelle per tenere il conto dei fascisti annientati.


Capisco un po' di più quando arriva una guida del museo che accompagna un gruppo di giovani ragazzi russi. Mi accomodo poco lontano e origlio la sua spiegazione sull'operazione Barbarossa. Parla dello spregevole Hitler che invade la Russia senza dichiarazione di guerra (non so come funziona, ma la dichiarazione di guerra ci fu, il 21 giugno, un giorno prima, sia a Ribbentropp sia all'ambasciatore russo a Berlino, ma questo è un dettaglio in effetti). La guida parla a lungo ma non menziona il fatto che Stalin si era da poco alleato con lo stesso spregevole Hitler, che era stato informato dell'attacco imminente da inglesi e americani, oltre che dai propri informatori che gli avevano comunicato la data precisa. La guida parla, anzi recita come se declamasse un testo drammatico. Il pathos aumenta e la voce si alza quando parla di tradimento e poi ricorda il valore dei leningradesi che hanno resistito (di fronte a quegli smidollati di parigini che si arresero senza lottare, mah! e la Resistenza francese?)
Dimenticavo, appena entrati nell'esposizione, la prima cosa che si vede è
Stalin che di fronte all'attacco tedesco tace per 11 giorni e solo il 3 luglio pronuncia il famoso discorso alla nazione che iniziava con "Fratelli e sorelle" invece che con il solito "Tovarišči". Stalin i cui discorsi nella Leningrado assediata provocavano morti inutili perché per non offuscare la sua santa voce venivano sospese le sirene degli allarmi aerei...


martedì 21 maggio 2013

Quando arrivarono i soldati russi...


A Vyborg non c'è quasi nessuno che sia arrivato prima degli anni Quaranta. Gente senza storia in una città soffocata dalla storia. I finlandesi se ne sono andati nel 1944 in massa. Chi è rimasto, di solito contadini in fattorie isolate che pensavano solo a coltivare le loro patate-carote-cavoli, è stato per la maggior parte deportato in Siberia. "Sono sopravvissuti, i finlandesi: senza tante parole e senza tante emozioni, hanno trovato un modus vivendi anche nelle inospitali terre siberiane".
Fondata nel 1293 dagli svedesi, perla del golfo di Finlandia Vyborg-Viipuri, è stata continuamente contesa passando di mano in mano, avanti e indietro tra Svezia, Russia e Finlandia. Le sue complesse fortificazioni stellate non le sono state di gran aiuto. Per tutta la metà del Novecento, su un'altura ai bordi della città il monumento a Pietro il Grande, che la conquistò nel 1710 per assicurare un "cuscino" a San Pietroburgo, si è alternato al fiero leone simbolo dell'indipendenza finlandese che ora siede un po' malconcio davanti agli uffici del museo del parco Mon repos. Qualcuno l'aveva seppellito per salvarlo dalla distruzione dei soldati che facevano a pezzi tutto ciò che sapeva di Finlandia.
"Quando arrivarono i soldati russi" è il ritornello con cui il direttore del museo (russo) del parco che ci accompagna per il parco inizia a spiegare perché il tal monumento è senza mani, perché all'obelisco manca l'iscrizione di Virgilio o perché il meraviglioso palazzo dei baroni è inagibile dagli anni Sessanta, in attesa di una cospicua donazione di un fondo di Washington che qui tutti temono si perderà in gran parte nei meandri della corruzione federale.
Il palazzo, opera di Giuseppe Antonio Martinelli (curatore della collezione di quadri dell'Ermitage) venne terminato nel 1804. Adibito a centro di vacanze per soldati già nel 1945, è diventato uno di quei tremendi asili "24 ore" sovietici (dove i bambini non tornavano mai a casa perché le mamme lavorassero in santa pace) per poi finire bruciato e rimanere così, una carcassa inavvicinabile per mezzo secolo. Insieme all'annesso della biblioteca, che invece si è salvata perché i finlandesi si sono portati via a Helsinki le decine di migliaia di libri dei baroni che ora riposano su scaffali finnici nello stesso preciso ordine con cui erano disposti a Mon repos.
E così Vyborg continua la sua vita sonnacchiosa di città ai margini, continua la sua vita un po' sovietica ("eh, Evgenija Viktorovna, non esistono persone ex sovietiche, esistono solo persone sovietiche con vari gradi di consapevolezza") senza quella senso di sicurezza minimo che lo Stato sovietico assicurava al cittadino qualunque. Sembra morire di una lenta e inavvertita fine, Vyborg. La biblioteca progettata da Arvo Aalto è tutta impacchettata e sta per essere restaurata, solo perché qualche tempo fa Putin si è incontrato quasi per caso con la premier finlandese sul nuovo treno veloce Helsinki-Pietroburgo. La signora, probabilmente inarcando il sottile sopracciglio, ha chiesto notizie dell'edificio e la macchina dei lavori sembra essersi mossa.
Nessun sopracciglio, invece, si è alzato per la via centrale di Vyborg, quella che porta alla fortezza, via Krepostnaja. Qualche tempo fa un edificio è crollato e ora molte case antiche sono pericolanti. Cammini tra le transenne, come se la guerra fosse finita ieri. Qualche caffè, qualche negozietto di souvenirs e poi staccionate, impalcature lasciate a metà, coperture fantasiose che lasciano indovinare dai buchi o da cupe trasparenze il sobrio decorativismo dell'art noveau del Nord. Sembra impossibile che nessuno voglia investire in centro di una città che è stata tra le più importanti del granducato di Finlandia e che ora è completamente dimenticata dal governo federale. Viipuri città-comfort, la chiamavano negli anni Trenta quando era al centro degli studi e degli esperimenti dell'architetto Otto-Iivari Meurman (1890-1994), invitato dalla municipalità cittadina a vigilare sulla conservazione dei suoi monumenti antichi e sulla razionalità e sostenibilità delle nuove costruzioni.
Rimane un velo di tristezza, nella vecchina che legge le Izvestija appese come un tempo lungo il bordo del parco e il disincanto del direttore del museo che ama la sua città (da soli sei anni, anche lui non è di qui), che adora il suo lavoro ma che non vede prospettive. E Lenin nella Piazza Rossa con il suo gesto ampio continua a gettare mangime ai piccioni...

venerdì 22 marzo 2013

Una primavera senza disgelo


Il 21 marzo, senza alcun avvertimento, si sono presentati negli uffici moscoviti di Memorial gli inviati della Procura (insieme a funzionari del Ministero della Giustizia e della Finanza) per un'ispezione resa possibile dalla recente legge della Duma che impone alle ONG che hanno rapporti con l'estero e ricevono sovvenzioni da fuori la Russia di dichiararsi "agenti stranieri" (in russo leggi più o meno "spia").
Mentre i collaboratori di Memorial mostravano i documenti richiesti, sono entrati due tizi all'improvviso e senza presentarsi o chiedere qualche autorizzazione si sono messi a filmare quello che stava succedendo. Oleg Orlov, uno dei responsabili di Memorial, nel suo resoconto sull'accaduto a "Novaja Gazeta" racconta che solo in un secondo tempo capiscono che erano una troupe del canale NTV, che ben presto comincia a intromettersi con domande e a tenere un comportamento decisamente aggressivo, mentre gli inviati della Procura non fanno una piega e, anche se sollecitati dai membri di Memorial, si rifiutano di intervenire. Verranno poi fatti sgombrare dalla polizia chiamata da Memorial stessa.
Uno dei membri della troupe era Petr Dorogovoz, un produttore televisivo e tra gli autori di un discusso documentario dell'anno scorso intitolato Anatomia della protesta su NTV. Il film insinuava che la protesta antiputiniana con la discesa in piazza di migliaia di persone contro i brogli elettorali, è stata una macchinazione (con la partecipazione di oscure potenze straniere) e i dimostranti sostanzialmente erano tutti prezzolati. Tutto ciò ha subito fatto parlare di "guerra d'informazione" e ha suscitato reazioni varie da parte degli spettatori. Nell'ora e mezza dopo la trasmissione, lo scorso anno, l'ashtag #НТВ (NTV) era entrato nella prima decina del mondo. E tra i primi dieci cinguettii russi era finito un ashtag ancora più specifico: #НТВлжёт (#NTVmente).
Molti sono i dubbi riguardo ai metodi usati per girare questo sedicente documentario (dalla ormai invalsa pratica di pagare dei figuranti – questa volta con i loro bei nastrini bianchi simbolo della protesta –, per far loro dire di essere pagati dall'opposizione stessa, il montaggio truccato delle risposte alle varie interviste e manipolazioni varie) inizialmente apparso anonimo, senza i titoli di coda con la lista dei vari autori.
L'irruzione nella sede di Memorial (non la prima, tra l'altro) di questi giorni servirà per preparare un'altra puntata di questa serie che ricorda tanto le campagne di diffamazione sovietiche, con la loro capacità di mischiare falsità e verità?

sabato 23 febbraio 2013

Di nuovo la festa del 23 febbraio in Russia

La festa del difensore della Patria. Ne ho già parlato l'anno scorso qui.
Ma questo è un altro giorno della memoria di cui tutti dovremmo ricordarci: il giorno del ricordo della deportazione in massa del popolo ceceno e ingusceto dalle proprie terre votata dal Politbjuro nel 1944 su ordine di Stalin stesso. Nel 2004 il Parlamento Europeo lo ha ufficialmente definito un genocidio scientemente pianificato. Qui i documenti in inglese.

(grazie a Katia Margolis per le info e le foto)

venerdì 8 febbraio 2013

Il lupo e le prigioni della steppa (conclusione)


Nel Trionfo della metafisica Limonov racconta i due mesi trascorsi all'interno della colonia penale n° 13 nelle steppe della regione di Saratov. Al lager Limonov era dunque arrivato all'inizio del maggio 2003 dopo due anni di prigione, in seguito a una condanna mitigata: il processo aveva mutato i quattordici anni chiesti dal procuratore in quattro anni per semplici "disordini di massa". Verrà liberato anticipatamente il 30 giugno 2003, soprattutto grazie alla mobilitazione internazionale in suo favore.
Limonov dà il meglio quando non è concentrato esclusivamente sul proprio sé debordante. Questo libro pullula dei personaggi più disparati. Tutti riforgiati in qualche maniera dall'esperienza dolorosa della prigionia, non necessariamente abbruttiti (in alcuni casi addirittura maturati), ma quasi sempre colti dallo sguardo pungente e imperturbabile dell'autore nella loro insopprimibile benché castrata umanità.
La realtà estrema della prigionia e la violenza repressa ribollono latenti sotto l'ordine fittizio della rigida organizzazione carceraria. Proprio questa situazione claustrofobica solleva Limonov dal bisogno di colpire e irritare a tutti costi, liberandolo dalle pastoie dell'épatage a volte artificioso e restituendogli una scrittura scarna ed essenziale, con solo qualche lieve sbavatura retorica qui e là.
Se la Danimarca è una prigione, Shakespeare non è mai stato in Russia, osserva Ljudmila Ulickaja, scrittrice lontana anni luce dal nostro Edička, o Peter Pan di Char'kov (come lo chiama lei), ma che firma l'introduzione al suo Mes prisons, l'edizione francese di Per le prigioni (2004). Il "piccolo mužik in pellicciotto di lepre", il lupo capace di compassione si cala nell'universo penitenziario come semplice detenuto tra i detenuti e testimonia la sofferenza di questo enorme popolo di zek. Aguzza lo sguardo per cogliere minuziose sottigliezze: le differenti nazionalità (senza alcuna deriva nazionalista), la specifica posizione nella complicata gerarchia del campo, la relazione con le autorità locali.
 
E molto meglio di quanto possa fare qualsiasi instant book, il libro è un atto d'accusa contro la Russia putiniana: le prigioni sono la vergogna, il dolore, il peccato della Russia, come ribadisce Ulickaja, ma la colonia penale sembra essere solo l'ultimo cerchio di una società violenta e coercitiva. Limonov osserva che l'organizzazione del campo è modellata su quella dell'esercito, che a sua volta riproduce lo schema padrone-servo e l'arbitrio incontrollato dei tempi della servitù della gleba.
La questione non è secondaria o limitata, se si considera che in Russia l'apparato militare ha ancora tanta importanza e spesso funge da modello per l'intera società civile: non hanno perso attualità i saggi di Anna Politkovskaja sul nonnismo, sull'azione disperata delle madri dei soldati, su vicende strazianti e per lo più rimosse come quelle del teatro alla Dubrovskaja e di Beslan.
Limonov, che ha definito la Russia intera come un paese in preda al nonnismo, è pienamente consapevole della portata del proprio atto d'accusa: il bello è che nel Trionfo della metafisica non lo rende esplicito, ma da vero scrittore lo fa emergere dalle pieghe del libro.

Nel libro domina la metafora del convento e il lessico religioso ricorre perfino nel disegno topografico del lager (la Via dolorosa che attraversa il campo). Ma questa ascesi, questa esperienza mistica, metafisica, come la definisce l'autore, sarà da prendere alla lettera? Sarà davvero il faticoso risultato di un percorso di rigorosa disciplina interiore?
Sulle montagne dell'Altaj, nell'avventura che è servita a pretesto alla sua assurda condanna, Limonov era accompagnato da una laconica guida che leggeva Lao-tzu ed evocava l'antico buddhismo che in quelle lande sperdute si è arricchito di riti e suggestioni sciamaniche. Eduard Veniaminovič ha veramente fatto tesoro di quella sapienza arcana? O siamo in presenza di un'ennesima provocazione, di una liquida dissacrazione pronta a svaporare di fronte a una prossima futura impresa?

martedì 5 febbraio 2013

Il lupo e le prigioni della steppa (parte seconda)

La Russia tutta è una pagina bianca, ha ragione Limonov, e allora può succedere che nel vuoto di una Storia negata al popolo che l'ha vissuta, di una Storia colpevolmente rimossa, tutto si possa scrivere e un progetto folle come il suo possa prendere corpo, infiammare i cuori di una manciata di ragazzi allo sbando ma anche, opportunamente ripulito, entrare in sinergia con forze politiche, normali, moderate, e in precario equilibrio con loro, formare, vivificare, scrollare il variegato panorama dell'opposizione al regime putiniano.
Rivisitazioni fantasiose della Storia, improbabili accoppiamenti (Céline e Che Guevara, le Brigate rosse e Mussolini, i giovani nazbol dall'aspetto aggressivo e la disarmante decana dei diritti umani in Russia, Ljudmila Alekseeva): la tabula rasa rende tutto possibile, quando serve per strumentalizzare e revisionare il passato nazionale. 
In Russia succede a destra e a manca senza grandi scandali, Limonov è solo meno interessato di altri a rendere digeribili le idee che professa. Anzi, essere indigesto è il suo scopo e il modo per presentarci il conto della nostra cattiva coscienza, per proporci, attraverso il procedimento dello straniamento (letterario, ancora troppo letterario), inedite visioni e punti di vista capovolti, utili a rompere prese di posizioni di comodo stereotipate.
Il problema è che quando carta e carne si mischiano possono succedere guai e il poeta russo in cerca di belliche avventure si può trovare rimbalzato su tutte le televisioni del mondo mentre spara sulla Sarajevo assediata sotto il benevolo sguardo di Radovan Karadžić. E poco importa se anche fosse tutto un equivoco, come dimostra Emmanuel Carrère nel suo bel libro di "inchiesta narrativa", poco importa se anche Limonov si fosse limitato a giochicchiare con la mitragliatrice mirando in aria. Poco importa se i suoi ragazzi dall'aria minacciosa realizzano le loro azioni terroristiche a suon di pomodori e uova marce. Le compagnie poco raccomandabili (peraltro sfrondate negli ultimi tempi), gli slogan ambigui, la provocazione scandalosa che sembra deliberatamente cercare l'illegalità, continueranno a generare reazioni pericolose per tutti, Limonov compreso, come dimostra questo libro.

domenica 20 gennaio 2013

Norštejn e Putin

Conferendo un premio alla grande Kamburova, Jurij Norštejn (e chi non lo conosce si guardi subito qualche sua creazione su youtube o scongiuri qualche casa editrice italiana a far pubblicare il suo monumentale "La neve sull'erba") ha detto: "Putin ha affermato che Magnickij è morto per insufficienza di cuore, io penso che Magnickij sia morto per l'insufficienza di cuore di Putin". La sala è esplosa in un applauso. Questa è la Russia che amo!

sabato 18 agosto 2012

Anche qui su Pussy riot


Sulle Pussy riot si sono pronunciati ormai tutti. Tacevo finora perché è agosto, mi riposo, leggo cose che non c'entrano, sto con i miei cari. Ma Giulia mi ha stanato, mandandomi un articolo che ha tradotto per "Russia oggi" e i suoi commenti. E inoltre la condanna a due anni è talmente assurda e, purtroppo, talmente rappresentativa di quello che sta diventando la società russa oggi, che bisogna fermarsi un momento.

Qualche fatto:
Il gruppo: se ne è parlato tanto e non mi dilungo. Stanno furbescamente inseguendo il successo con azioni ben orchestrate? Sono veramente convinte e stanno facendo vera politica e autentica protesta? Io non lo so. Certo, a sentirle parlare sono ragazze consapevoli, chi laureata in filosofia, chi in comunicazioni ecc. Non sono bambinette come spesso si ha l'impressione dai media. Due sono madri. Perché poi sono state condannate solo quelle 3? Sull'altare nei 41 SECONDI in cui si sono agitate cantando qualche parola della loro canzone (a malapena si sentiva il ritornello), coperte dal trambusto, erano almeno in 4. Possibile che la polizia non sia stata in grado di identificarle tutte? E poi perché due sono state arrestate il 3 marzo (parecchi giorni dopo l'infausta esibizione), mi pare, e una solo il 15? Ed era così pericolosa da meritare la carcerazione preventiva questa tizia che, invece di andarsene all'estero come tutti le consigliavano, per 12 giorni se n'è stata a casa sua tranquillamente ad aspettare che la venissero a prendere?

martedì 31 luglio 2012

un altro 31 in sordina

Eduard Limonov (foto www.kasparov.ru)
Nonostante i soliti rifiuti di autorizzazione, oggi sulla solita Trjumfal'naja Ploščad' si terrà il meeting della strategia 31, orbato ormai della maggioranza dei suoi fondatori. Sono rimasti i fedeli di Drugaja Rossija e di Eduard Limonov (nella foto). La municipalità di Mosca ha negato loro il permesso perché sono tutti stati protagonisti di episodi di resistenza a pubblico ufficiale e di violazione delle regole sui meeting. Era questo, tra l'altro, che imputavano loro Ljudmila Alekseeva e gli altri attivisti del 31. A maggio era successa la stessa cosa, diffida e meeting organizzato lo stesso, e il tutto si era concluso con 130 fermi.
Ormai però l'opposizione è concentrata su altro: l'affare Pussy Riot, ad esempio, il cui cui processo è iniziato ieri, già ben corredato e indirizzato dal commento di Medvedev che ha affermato che in molti paesi del mondo la richiesta di pena (7 anni pper aver cantato una canzone non proprio ortodossa sull'altare della Chiesa del Redentore a Mosca) sarebbe stata ben più dura (un pensiero improvviso: è così sacro lo spazio del più grande tempio ortodosso? mah, oggi la Novaja Gazeta mostrava che solo il 7% del suo spazio è dedicato al culto e a pratiche religiose, il resto è dedicato a una teoria di imprese più o meno commerciali).
PS. Tempo di riposo, di altre letture in questa estate matura. Il blog avrà ormai, fino a settembre, un andamento sempre più capriccioso.

martedì 19 giugno 2012

Il nostro agente in incognito alla manifestazione del 12 giugno. Le foto di Giulia




Come si vede, ce n'è di tutti i colori



anche il giallo e il nero zarista...




Per la fede dello Zar e...


Tante le scritte...  Occupy.... qualcuna andrebbe a pennello anche qua:
La scuola non è un mercato, la conoscenza non è una merce


La Russia non si arrabbia, la Russia si concentra



Politica senza politicanti
Amo tanto il mio paese e odio lo Stato


Come al solito le forze dell'ordine sono presenti in modo massiccio...




Ehi, Julia, che vuoi?






Le foto sono di Giulia De Florio

martedì 12 giugno 2012

Oggi nel "Giorno della Russia" c'è stata una grande manifestazione

foto di Anton Belickij da http://zyalt.livejournal.com/
La marcia dei milioni si  è svolta regolarmente a Mosca, senza disordini e con un grande afflusso di persone nonostante la pioggia intermittente e le intimidazioni (vedi post di ieri). Come al solito le cifre sono discordanti: 120.000 per gli organizzatori, 15.000 per la polizia. Che la verità stia nel mezzo? Il'ja Varlamov stima tra 40 e 50.000 persone. Intanto Naval'nyj e Jašin, due degli organizzatori più impegnati, non hanno potuto presenziare perché costretti a presentarsi per un interrogatorio alla polizia dopo le perquisizioni di ieri. Boris Nemcov e Sergej Udal'cov, invece, hanno ricevuto la notifica dell'interrogatorio direttamente sul palco del meeting (che, va ricordato, era autorizzato e si è rigorosamente svolto nell'ambito dei permessi).

lunedì 11 giugno 2012

Perquisizioni e poi?

Nelle ultime ore in Russia si stanno verificando perquisizioni a tappeto nelle case e negli uffici di personaggi legati all'opposizione a Putin e alle diverse manifestazioni/passeggiate dei mesi scorsi. E' incredibile come tutto stia avvenendo velocemente: la proposta di legge per le pesantissime sanzioni per qualsiasi manifestazione (o anche solo riunione, assembramento) non autorizzata, la firma di Putin e oggi le persecuzioni a Naval'nyj, Nemcov, Sobčak ecc... Per ora gli interessati mascherano lo sconcerto con ironici commenti o buffi reportage su Twitter, ma trapela molta preoccupazione (anche per il comportamento aggressivo della polizia che ha smesso i freschi panni della tolleranza indossati negli ultimi tempi).
Cosa succederà domani al grande meeting organizzato dall'opposizione? C'è da preoccuparsi, anche perché è iniziata una lunga teoria di mezzi delle "Truppe interne" verso Mosca. Ci si prepara da tempo, visto che nelle ultime settimane, secondo quanto riporta Julja Latynina su Radio Echo Moskvy moltissime reclute dall'esercito sono state dirottate proprio in questi reparti speciali destinati all'ordine interno (e non dipendenti dal ministero della difesa, bensì da quello dell'interno).
E io che desideravo scrivere di letteratura...

giovedì 31 maggio 2012

Il 23° 31 a Mosca

foto ridus
23 31... tutto nella norma. All'inizio pochi manifestanti, tanti poliziotti. Alle 18 meno 10 in una piazza Triumfal'naja tutta piena di transenne c'era una decina di autobus della polizia e una cinquantina di sparuti manifestanti. Poi sono arrivati e alla fin fine ci sono stati 120 fermi circa, compreso lo scrittore Eduard Limonov (la polizia si era preparata per il doppio di arresti). Ma ecco la novità di questo 31 maggiolino: quando sono andati via tutti, tolte le transenne (rimaste solo intorno al monumento di Majakovskij), cominciano a spuntare persone qua e là, una ragazza tira fuori una raccolta di poesie proprio di Majakovskij e si mette a leggere ...

lunedì 28 maggio 2012

Passeggiate pietroburghesi II



Ecco qua le cartoline buffe del mio misterioso interlocutore sulla piazza di Sant'Isacco.
Primavera russa il 1 maggio. Raduno alla Grande Sala da Concerto  "Ottobre".
Sul mausoleo: Putin Lenin; sulla bandiera: Grazie, nonno Vova, di essertene andato


Come poi è andato a finire il sommesso campo di chi protestava? Che li avrebbero sbaraccati lo avevano previsto, la mattina del 21 quando sono stata là. Valentin mi aveva detto che sapevano che sarebbero iniziati dei lavori: sročnyj remont, aveva aggiunto con un sorrisetto. Lavori urgenti, ma che combinazione: tutt'un tratto i giardinetti di Sant'Isacco che non avevano niente che non andavano al mio sguardo superficiale, giardini normali, puliti e in ordine, avevano bisogno di un intervento urgente di ristrutturazione. Sono arrivati nel pomeriggio a mettere le palizzate (in effetti erano già lì alla mattina, in un angolo) e hanno allontanato tutti. Ufficialmente il giardino sarebbe stato chiuso fino a domenica 27. I manifestanti si erano già preparati una sede di riserva: il giardino Aleksandrovskij, vicino all'Ammiragliato. Proprio lì è iniziato il "Mimimmiting", il meeting dei peluche arrabbiati. Ecco perché ce n'erano anche in piazza Sant'Isacco.
foto www.ridus.ru

Per il resto, le "passeggiate" continuano, a Mosca come a Pietroburgo. A Mosca il defilè in bianco di ieri (passeggiata domenicale per il centro, senza manifesti, slogan o altro, solo con abiti e segni bianchi addosso) si è concluso con molti fermi, ieri, sull'Arbat. Evidentemente la polizia si sta innervosendo e il bianco (dei nastrini e dei vestiti) agisce su di loro come il rosso per i tori. Ai fermati, con cui la polizia è stata abbastanza violenta, è stata contestata la violazione delle regole di circolazione stradale o la mancanza di autorizzazione per assembramento e manifestazione.

sabato 26 maggio 2012

Passeggiate pietroburghesi

21 maggio: Prima dell'aereo ho un po' di tempo libero ed esco. Voglio andare nella piazza di Sant'Isacco e vedere un po' cosa fanno i pietroburghesi che protestano. So che, sulla scia di OccupyAbay e delle varie "passeggiate di maggio" dopo l'inkoronacija a Mosca, qui si sono installati in questa centralissima piazza e stazionano da qualche giorno alternandosi a turno, mangiando e dormendo sulle panchine che però hanno cura di non occupare tutte per non disturbare gli utenti dei giardini. Arrivo che sono in pochi. Una ventina. Quasi non si distinguono dai normali pietroburghesi che riposano, passeggiano nei giardini nella piazza. Qualche cartellone con le indicazioni delle riunioni, qualcuno strimpella la chitarra e canta sottovoce, le borse con le provviste sono disposte ben ordinate sotto le panchine. Non sembra un bivacco. Vedo qualche peluche di cui non capisco la funzione, ma poi, una volta a casa, capirò. Sono un po' timida e non fotografo se non da lontano, non chiedo niente, leggo solo. Vicino a una panchina c'è un tipo più timido di me o forse è solo incerto riguardo alle mie intenzioni. Sembra sbucato dalle pagine di un libro sugli anni Settanta, l'aria da intelligent, il tono esitante e una certa nota caparbia e ironica (velatamente rivolta anche verso di me, la straniera che fa domande ovvie), anche se gentilissimo. Mi racconta di essere andato all'insediamento di Putin, di essere stato fermato dalla polizia per qualche ora ma di non aver avuto problemi particolari. Poi racconta di qui a Pietroburgo. Con meno clamore e molto più raramente la polizia ferma anche qui solo che non rilascia dopo poco come a Mosca (per la verità Naval'nyj e Udal'cov si sono fatti 15 giorni). Ma nel giardinetto di piazza Sant'Isacco è tutto tranquillo la polizia è gentile e non aggressiva. Mi dà alcune cartoline spiritose ritoccate con fotoshop, dietro c'è l'indirizzo di un sito, il suo. Così a casa potrò scoprire che il mio laconico Virgilio per i misteri delle passeggiate popolari pietroburghesi è un famoso collezionista creatore di una rete di musei virtuali di arte essenzialmente religiosa.

venerdì 25 maggio 2012

Dobroe utro! Huntington è stato in Russia?

Il buongiorno si vede dal mattino. Arrivata a Pietroburgo per partecipare a un convegno sul dialogo tra le culture, subito di prima mattina vengo investita da una bella batosta: a clush of civilizations con i fiocchi. Camera d'albergo, ore 7 meno un quarto circa (per me le cinque). Per svegliarmi e farmi compagnia mentre mi preparo accendo la televisione. Pervyj kanal, il primo canale, trasmette un programma mattutino: Dobroe utro, buon giorno, che edifica e intrattiene gli spettatori con una serie di consigli utili, la rubrica Poleznye sovety, appunto. E allora in un men che non si dica imparo come fare un roseo paštet friggendo del salame locale (un incrocio tra un wurstel e una specie di mortadella di Bologna) in padella e spiaccicandolo sul pane per la sana colazione famigliare. Esco dalla doccia e vengo edotta su trucchi per stendere la tappezzeria che non sarò mai in grado di mettere a frutto. Va tutto bene, continuo il mio andirivieni bagno-camera. Ma ecco la rubrica tanto attesa. Il popolare Dmitrij Talabuev insegna alle massaie autodifesa, tra un piatto e l'altro, le signore imparano a colpire con il gomito, a neutralizzare il falso idraulico, a mulinare tibie e metatarsi, a usare pistolette ad aria compressa o più innocui spray dalle varie combinazioni. Sarà anche una spia del senso di insicurezza che striscia, a torto o a ragione, spontaneo o indotto, un po' dappertutto. Tuttavia fa impressione che la violenza si mescoli così innocentemente insieme alla quotidianità più normale e alle minute faccende domestiche che dovrebbero essere, a ragionarci su, la quintessenza della cura e della preoccupazione per il benessere delle persone che ti circondano. Un poleznyj sovet, un consiglio utile, come un altro. Allora W i cattivi consigli di Grigorij Oster, uno scrittore per l'infanzia, che si rivolge ai bambini disubbidienti che non ascoltano e li invita a fare tutte le monellerie possibili...

giovedì 10 maggio 2012

Occupy Abay... Il quarto giorno in piazza

da www.ridus.ru
Sulla scia di Occupy Wall Street la protesta anti Putin si è data un nuovo slogan che si richiama a Abay Kunanbaev, il grande poeta e filosofo kazako che amava la cultura russa. Sarà solo la rima, sarà solo la location del suo monumento moscovita nella centrale zona dei Čistye Prudy, eppure ecco un altro poeta che fa capolino nei luoghi della protesta dopo Puškin e Majakovskij.
Intanto questo è il quarto giorno in cui molti cittadini presidiano la piazza e non se ne vanno. Protestano contro Putin e protestano contro il fermo e la condanna ieri a 15 giorni di arresto di Naval'nyj e Udal'cov. Hanno nastrini bianchi, la bandiera russa, il libretto della Costituzione, sono tranquilli, non bevono (!), si danno il cambio pacificamente. Ormai anche la polizia, dopo l'atteggiamento violento, le botte e i fermi del 7 e 8 maggio, li sopporta, addirittura stanotte ha allontanato delle ragazzine vestite da porcellini rosa della gioventù proputiniana che cercavano di provocare. Stamattina alle 940 la municipalità ha deciso di lavare la fontana del monumento di Abay e ha mandato una squadra di pulizia che ha usato una sorta di miscela molto tossica e che rendeva impossibile stare nelle vicinanze. Quanta ammirevole sollecitudine per i poeti dei popoli amici! Ci hanno messo due orette e poi se ne sono andati tra i ringraziamenti della gente: "grazie che ci pulite Abay!" I notiziari parlano di atmosfera rilassata, quasi come un festival hippy. Tutto molto ben organizzato, pulito, nella determinazione di non muoversi di lì finché non saranno liberati Naval'nyj e Udal'cov.
Il commentatore economico della "Novaja gazeta", Nikolaj Vardul', mette in relazione questo maggio 2012 con l'ottobre 1993. Nonostante le differenze (allora lotta tra El'cin e il Consiglio Supremo, ora cittadini comuni si contrappongono al presidente), entrambi i periodi nascono da una crisi della legittimità del potere, entrambi, forse, segnano un cambio della modalità di gestione del potere stesso: nel 1993 El'cin fu costretto ad appoggiarsi al grande capitale e segnò la nascita del peso degli oligarchi nella politica russa e ora, il suo erede Putin dovrà cambiare qualcosa?