In realtà questo post è su Parajanov più che sul film. Su youtube si può trovare un bel documentario, Parajanov. A Requiem (1994) in cui il regista si racconta. Parla di sé, del suo cinema, dell'esperienza del lager. E' interessante quello che dice con semplicità su come sia riuscito a resistere, sulle motivazioni che lo hanno tenuto vivo: l'arte (disegnava) e ascoltare le persone, le loro vite disperate da custodire come tante sceneggiature preziose. I suoi disegni poi ricordano un altro esempio di resistenza, Frosja Kersnovskaja, ma questa è tutta un'altra storia.
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martedì 25 maggio 2010
giovedì 20 maggio 2010
Il colore del melograno (terza parte)
Una postilla ai sottotitoli italiani: assolutamente inadeguati. Capisco che tradurre poesia antica armena sia un problema e non dovrebbe essere il lavoro di chi traduce i sottotitoli, ma almeno limitarsi a una pedissequa traduzione letterale. Qui si cambia o si saltano brani interi. Anche nelle cose più semplici, che però sviano. Per esempio, l'inizio: c'è una ripetizione di un verso che in italiano è reso “L'uomo e la sua anima sono sofferenza”. In inglese invece si dice "“io sono l'uomo la cui anima è sofferenza”. Se l'immagine che scorre è questa delle spine, io nel secondo caso penso a Isaia e all'uomo dei dolori. La traduzione italiana non mi dice niente.
mercoledì 19 maggio 2010
Il colore del melograno (seconda parte)
Melograno in armeno si dice "nur".
"Questo frutto dal colore rosso e intenso è il simbolo stesso di tutta l'Armenia ed è spesso rappresentato negli antichi manoscritti, oltre a essere raffigurato nei khačkar insieme all'uva e ai suoi tralci. Frutto unico nel suo genere, rosseggia tra le fronde verdi dell'albero maestoso e regale. Secondo una credenza diffusa , il frutto contiene esattamente 365 chicchi, uno per ogni giorno dell'anno.
martedì 18 maggio 2010
Il colore del melograno (prima parte)
Il re del canto o il signore della musica. Questo significa Sayat Nova, lo pseudonimo del grande poeta armeno vissuto nel XVIII secolo che scrisse i suoi versi in armeno, georgiano e in farsi. Destinato a essere un tessitore di tappeti, volle diventare un ašug (poeta menestrello, trovatore) e finì per intrecciare parole a fili di note dei moltissimi strumenti di cui era un virtuoso esecutore (il čonguri, il tar...). Protetto del re georgiano Eraclio II alla cui corte compose la sua lirica amorosa (per la principessa, sorella del re, di cui era innamorato), in seguito si ritirò in monastero con il nome di David, arrivando, forse, a occupare la cattedra episcopale di Tiflis (la Tbilisi di oggi).
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