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venerdì 24 giugno 2016

Brexit e il pane mal cotto: Una riflessione di Osip Mandel'štam dopo la Prima Guerra Mondiale



Osip Mandel’štam, Frumento umano (1922)
“Molti, molti chicchi di grano in un sacco, per quanto li scuoti, li setacci, chicchi restano. Nessuna quantità di russi, di francesi, di inglesi è in grado di formare un popolo, son sempre chicchi nel sacco, sempre frumento umano ancora non macinato, convertito in farina, son solo una quantità. Questa pura quantità, questo frumento umano brama essere macinato, trasformato in farina, cotto in pane. La condizione di chicco di grano nel pane corrisponde alla condizione della persona in quella unione completamente nuova e non meccanica che si chiama popolo. E possono esserci appunto epoche in cui non si sforna pane ben cotto, quando i granai sono pieni di frumento umano, ma non si macina, il mugnaio è decrepito e stanco, e le larghe ali palmate dei mulini impotenti aspettano di lavorare.
Il forno della storia, un tempo così largo, e spazioso, il forno caldo e domestico, si è messo in sciopero. Il frumento umano ovunque rumoreggia e si agita, ma non vuole diventare pane, benché sia costretto dai rozzi padroni di granai e depositi che si considerano i suoi padroni.
Per i popoli europei l'era del messianesimo è finita per sempre e senza ritorno. Ogni messianesimo dice pressapoco così: siamo soltanto noi il pane, voi siete solo chicchi indegni di macinatura, ma noi possiamo far in modo che anche voi diventiate pane. Ogni messianesimo è originariamente in cattiva fede, menzognero e si basa sull'impossibile risonanza nella coscienza di coloro a cui si rivolge con la sua proposta. /.../ Parlano tutti nel vuoto e i discorsi deliranti escono contemporaneamente da bocche diverse senza farsi caso l'un con l'altro. /.../
Nell'Europa contemporanea ogni idea nazionale è votata al nulla finché l'Euroap non troverà se stessa come un tutt'uno, non si concepirà come una identità morale. Fuori da una coscienza comune, continentale, non è possibile nessun, anche il minimo, spirito nazionale. L'uscita dalla dissoluzione delle nazioni, dalla condizione di chicco nel sacco per andare verso l'unità universale, verso un'internazionale, per noi passa dalla rinascita della coscienza europea, per la ricostituzione dell'europeismo come nostro più grande spirito nazionale.
/.../ C’è bisogno d’uno sguardo sobrio: l’Europa di oggi è un enorme granaio di grano umano, di autentico frumento d’uomini, e ora il sacco di questo grano è più monumentale del gotico. Ma ogni chicco conserva la memoria di un antico mito elleno, di come Giove si è trasformato in un semplice toro e, sull'ampia schiena, sbuffando pesantemente, con rosea schiuma di stanchezza sulle labbra, ha portato attraverso le acque terrestri un prezioso fardello, la tenera Europa, mentre lei con le deboli braccia si teneva al suo collo forte e quadrato.”

domenica 28 luglio 2013

Armenia

 


Nel piccolo villaggio di Vernashen, le orecchie piene di grilli e rane, faccio un po' d'ordine in questa giornata senza notte. Il primo giorno in Armenia.

Perché in Armenia si arriva giusto prima dell'alba, dopo un viaggio notturno: giusto in tempo per uscire dall'aeroporto, guardarsi un po' spaesati in giro e poi appena fuori Erevan, lasciare correre gli occhi senza briglie. La luce sgraziata dei casinò e delle slot machine, che si dispiegano a 15 km dal centro secondo l'ipocrita legge, sta per cedere il passo ai primi bagliori dell'alba e d'un tratto, come per caso, alzi lo sguardo e la vedi là, la montagna, l'Ararat, appena velata dal raggio rosato del nuovo giorno che via via si fa sempre più acceso.
"Sono uscito dalla tenda all'aria fresca del mattino. Il sole era sorto. Nel cielo chiaro biancheggiava una montagna innevata a due cime. 'Cos'è quella montagna?' chiesi io e mi tesi all'ascolto della risposta: 'E' l'Ararat'. Che impatto hanno i suoni! Guardai avidamente la montagna biblica, vidi l'arca che attraccava alla sua cima nella speranza di rinnovamento e vita: e il corvo e la colomba che volano via, simboli di castigo e pacificazione..." (Puškin, Viaggio a Arzrum)
Si era offerto volentieri l'Ararat alla vista del grande poeta. Al suo pomposo antagonista, lo zar Nicola I, invece, pare che si fosse negato. Era rimasto incappucciato nelle sue nuvole ("Sono riuscito a vedere le nuvole che servivano l'Ararat", Mandel'štam) per tutto il tempo della sua augusta visita. Non ne capì forza e significato lo zar tracotante e, andandosene, sbottò come un bambino stizzito: "Ma anche l'Ararat non ha visto lo zar!" Evidentemente gli armeni se lo sono ricordati, quando a Erevan hanno cambiato il nome della centrale via "zarskaja", dello zar, e, con uno sberleffo magistrale e sottile, l'hanno intitolata a Puškin.
Ararat. Elementare, come il suo nome, il balbettio di un bambino che gioca con le meraviglie delle vibrazioni laringee. Si staglia semplice, montagna dalla forma di montagna. Montagna-"tenda di nomadi" (Mandel'štam, cent'anni dopo Puškin) che non possiedono la terra che abitano. Monte-muta richiesta al cielo e memoria della frattura e della separazione.

martedì 5 marzo 2013

Sessant'anni dalla morte di Stalin. Una poesia di Mandel'štam

Se ne sprecheranno oggi di parole.   E' comunque importare ricordare una delle tragedie che ha devastato il Novecento.
Lo faccio con una delle poesie di Osip Mandel'štam, poeta morto proprio per la sfida lanciata a Stalin con questi versi. Dopo questa poesia Mandel'štam fu arrestato (la dettò lui stesso all'ufficiale della Lubjanka che lo interrogava) ma se la cavò con un confino. Ma qualche anno dopo, durante il Grande Terrore del 1937, un nuovo arresto finirà con la condanna ai lavori forzati e alla sua morte in un lager di transito.

Non ci sentiamo il paese sotto i piedi

Non ci sentiamo il paese sotto i piedi,
a dieci passi di distanza non si sentono le voci,

e ovunque ci sia spazio per un mezzo discorso
salta sempre fuori il montanaro del Cremino.

Le sue dita dure sono grasse come vermi,
le sue parole esatte come fili a piombo.

Ammiccano nel riso i suoi baffetti da scarafaggio,
brillano i suoi stivali.

Ha intorno una marmaglia di ducetti dagli esili colli
E si diletta dei servigi di mezzi uomini.

Chi miagola, chi stride, chi guaisce
Se lui solo apre bocca o alza il dito.

Forgia un decreto dopo l’altro come ferri di cavallo:
e a chi lo dà nell’inguine, a chi fra gli occhi, sulla fronte o sul muso.

Ogni morte è una fragola per la bocca
Di lui, osseta dalle larghe spalle.

(trad. di Serena Vitale)