Ripropongo qui una riflessione dell'interessantissimo Kirill Pomeranc. L'avevo postata su FB due anni fa, ma qui rimane indicizzata:
"In Tolstoj Napoleone viene semplificato fino a renderlo come un
lacchè, in Dostoevskij un lacchè comincia a pensare e a vedere le cose
come un Napoleone.
Tolstoj affida il processo a Katjuša a un
procuratore incompetente e in debito di sonno, a un avvocato
incompetente e a un presidente di corte incompetente
e di fretta; Dostoevskij si immagina un procuratore competente, un
avvocato geniale, il risultato è lo stesso: un errore giudiziario; la
tendenza è la stessa: mostrare che i nuovi tribunali borghesi non sono
meglio di quelli vecchi e feudali, che l'uomo non può giudicare l'uomo.
Ma leggere l'arringa di Fetjukovic è molto più interessante che leggere
la minestra riscaldata delle arringhe di 'Risurrezione'".
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lunedì 27 giugno 2016
sabato 14 luglio 2012
I Fratelli Karamazov. Ancora sull'introduzione
Come logico, il romanzo inizia dall'introduzione, ot avtora, da parte dell'autore. Uno dei soliti avis au lecteur dostoevskijani in cui a prendere la parola è uno dei soliti travestimenti dello scrittore. Questa volta il nostro autore esordisce dichiarando che le introduzioni non
servono a niente e, peggio ancora, forse lo stesso romanzo che si accinge a scrivere non vale la pena di essere letto. Perché, in realtà, non è neanche un vero romanzo, ma solo l'antefatto del vero romanzo che narrerà la storia di Aleša adulto. I Fratelli Karamazov, dunque, sono la preistoria (13 anni prima della storia) di una storia che non c'è. Ma la cosa che rende più che mai perplesso il nostro fantomatico autore è che Aleša non ha niente che lo renda particolarmente interessante, niente che lo renda degno di essere scelto come eroe. O, meglio, l'autore dentro di sé sa benissimo perché proprio Aleša deve essere il suo eroe, perché vale la pena notarlo, ma non è in grado di dimostrarlo. E così, in modo un po' sciatto e dimesso, Dostoevskij pone la questione dell'eroe buono e del suo modo di agire. La questione dell'azione e del Bene. Della possibilità che il Bene agisca effettivamente sulla realtà. Che sia produttivo. Questa domanda era già stata al centro dell'Idiota con il principe Myškin, nei Fratelli Karamazov ritornerà variata in diversi momenti, primo tra tutti il famoso silenzio di Gesù di fronte al Grande Inquisitore.
mercoledì 4 luglio 2012
L'incipit dei Fratelli Karamazov
Faccio tesoro di tutti i
grandi studi, Ivanov e Bachtin in primis, li riassumo e in uno
sforzo di sintesi definisco i Fratelli Karamazov un romanzo che
straborda dal genere romanzesco, interpretando in tal modo, la
vocazione prima del genere-romanzo, quella della contaminazione e
dell'uscita dai propri limiti. Per estensione analogica,
interpretando la vocazione prima della letteratura e dell'arte
stesse, quella di uscire dai propri confini e di essere più di se
stesse. E, continuando di estensione in estensione, è l'uomo che non
coincide mai con se stesso (Pavel Florenskij).
Dopo aver dichiarato tutta la sua
perplessità sull'utilità delle introduzioni, l'incerto e dubitoso
narratore infila subito le perline più preziose della sua collana
romanzesca: la questione dell'eroe e dell'eroe buono, cioè il
problema del Bene e della sua capacità di incidere nella realtà,
l'attualità e la situazione precisa del "nostro tempo" e
della Russia in particolare.
Cominciando la descrizione
della vita del mio eroe, Aleksej Fedorovič Karamazov, mi
trovo un po' in imbarazzo...
La descrizione della vita... non la
biografia. Dostoevskij svolta subito la curva della letteratura e
finisce nel fosso di qualcos'altro. Žizneopisanie
al posto del più normale "biografija" ci
ribalta nella sfera della vita, anzi, delle Vite..., le agiografie
dei santi. Il romanzo che stiamo leggendo si rivelerà presto una
membrana sottile che contiene a malapena, rischiando continuamente di
lacerarsi, inserti spuri: agiografie, apologhi, sermoni, passioni...
Dostoevskij ci avvisa ed è un po' imbarazzato di questo esercizio di
cammuffamento che la sua arte lo costringe a fare.
sabato 21 aprile 2012
Aleša e le Nozze di Cana. Parte Seconda
Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov
Parte III Aleša, capitolo IV Cana di Galilea
"...Gesù disse loro: riempite d'acqua le giare. Ed essi le riempirono fino all'orlo. E poi disse loro: attingete e portate al maestro di tavolo. E portarono. Or come ebbe il maestro di tavolo assaggiata l'acqua mutata in vino, che non sapeva donde venisse (ma lo sapevano i servitori che avevano attinto l'acqua) chiamò lo sposo e disse: tutti offrono da principio il vino migliore, e quando son già brilli danno l'inferiore; mentre tu hai serbato il migliore fino ad ora."
"Ma cos'è' cos'è? Perché la stanza si sta allargando... Ah, sì... è vero, sono le nozze, un matrimonio... già, certo. Ecco anche gli ospiti, ecco ci sono anche gli sposini, e la folla allegra e... dov'è mai il saggio maestro di tavola? Ma chi è quello? Chi è? Di nuovo la stanza si va dilatando ... Chi si sta alzando da quella grande tavola? Come... Anche lui è qui? Ma non era nella bara? Però è anche qui... si è alzato, mi ha visto, viene qui... Oh Signore!
Già, eccolo, verso di lui, di lui stava venendo quel vecchietto tutto secco, con la sua faccia tutta rugosa, pieno di gioia e sorridente così quieto. La bara non c'era più ormai e lui aveva lo stesso vestito con cui il giorno prima era stato con gli ospiti che erano si erano incontrati da lui. Il viso è scoperto, gli occhi brillano. Com'è potuto succedere che anche lui, a quanto pare, sia stato invitato alle nozze di Cana di Galilea..."
"Anch'io, caro, anch'io sono stato chiamato, chiamato e invitato", risuona sopra di lui una voce quieta. "Perché ti sei sepolto qui che non ti si vede... andiamo che vieni anche tu da noi."
Era la sua voce, la voce dello starec Zosima... E come poteva non essere lui se lo stava chiamando? Lo starec fece alzare Aleša con la mano, lui si rimise in piedi.
"Rallegramoci", continua lo scarno vecchietto, "beviamo il vino nuovo, il vino della gioia nuova, grande; vedi quanti ospiti? Guarda lo sposo e la sposa e poi il saggio maestro di tavola, sta provando il vino nuovo. Perché ti meravigli di me? Io ho dato una cipollina, ed eccomi qui. E molti qui hanno dato solo una cipollina, una sola unica piccola cipollina per ognuno... Cosa sono le nostre opere? Anche tu, quieto, anche tu ragazzo mio mite, anche tu oggi hai saputo dare a colei che ne aveva bisogno. Comincia, caro, comincia, mite, la tua opera!... E vedi il nostro sole, Lo vedi?
"Ho paura, non ho il coraggio di guardare..." sussurrò Aleša.
"Non aver paura di Lui. E' terribile nella Sua grandezza al nostro cospetto, terrificante per la Sua altezza, ma infinitamente misericordioso; si è fatto come noi per amore e gioisce con noi, trasforma l'acqua in vino perché non venga meno la gioia degli ospiti, nuovi ospiti sta aspettando, nuovi chiama incessantemente e ormai per i secoli dei secoli. Ecco che portano il vino nuovo, vedi, portano le brocche..."
Qualcosa ardeva nel cuore di Aleša, qualcosa lo riempì all'improvviso fino a fargli male, lacrime d'estasi eruppero dalla sua anima... Tese le braccia, gridò e si svegliò...
Di nuovo la bara, la finestra spalancata e la quieta, cadenzata lettura del Vangelo. Ma Aleša non sentiva cosa stavano leggendo. Stranamente si era addormentato in ginocchio e ora era in piedi, e all'improvviso come se lo avessero strappato via da dov'era, con tre passi veloci e saldi si avvicinò alla bara. Urtò perfino padre Paisij con la spalla e non se ne accorse. Questi per un istante fece per alzare lo sguardo dal libro, ma lo distolse subito avendo capito che al giovane era successo qualcosa di strano. Per mezzo minuto Aleša guardò la bara, guardò il cadavere coperto, immobile disteso nella bara, con l'icona sul petto e il cappuccio con la croce a ottopunte sul capo. Solo poco prima aveva sentito la sua voce e quella voce risuonava ancora nelle sue orecchie. Si mise ancora in ascolto, aspettava ancora dei suoni... ma all'improvviso, giratosi di scatto, uscì dalla cella.
Non si fermò nemmeno sul terrazzino, ma scese velocemente giù. La sua anima piena di estasi bramava libertà, spazio, vastità. Su di lui si stendeva la volta celeste, vasta e impossibile da guardare tutta, piena di quiete stelle splendenti. Dallo zenit fino all'orizzonte si biforcava la Via Lattea non ancora ben chiara. Una notte fresca e quieta fino all'immobilità aveva rivestito la terra. Le torri bianche e le cupole dorate della cattedrale brillavano su un cielo di zaffiro. Nelle aiuole presso la casa si erano addormentati i lussureggianti fiori d'autunno aspettando il mattino. Il silenzio della terra era come rifluito in quello del cielo, il mistero della terra aveva toccato quello delle stelle. Aleša era lì, guardava e all'improvviso come fulminato si buttò giù, sulla terra.
Non sapeva perché la stesse abbracciando, non si rendeva conto perché desiderasse così irrefrenabilmente baciarla, baciarla tutta, eppure la stava baciando piangendo, singhiozzando e, irrorandola con le sue lacrime, giurava in estasi di amarla, amarla nei secoli dei secoli. "Irrora la terra con le lacrime della tua gioia e ama queste tue lacrime..." risuonò nella sua anima. Per cosa piangeva? Oh, nella sua estasi piangeva perfino per quelle stelle che gli splendevano dall'abisso e "non si vergognava di quell'esaltazione". Come se i fili di tutti quegli innumerevoli mondi divini si fossero uniti insieme nella sua anima ed essa trepidasse, "al contatto con i mondi altri". Gli venne voglia di chiedere perdono a tutti e per tutti, oh! non per sé, ma per tutti, per tutto e per ogni cosa, mentre "per me saranno gli altri a chiederlo", risuonò di nuovo nella sua anima. Ma ad ogni istante sentiva chiaramente e quasi tangibilmente che qualcosa di saldo e irremovibile, come quella volta celeste, era penetrato nella sua anima. Una specie di idea gli aveva preso la mente e ormai era per tutta la vita e per i secoli dei secoli. Era caduto a terra debole ragazzino e si era alzato saldo guerriero per la vita e ne ebbe coscienza all'improvviso in quello stesso minuto di estasi. E in seguito mai, mai nella sua vita, Aleša poté dimenticare quel minuto. "Qualcuno ha visitato la mia anima in quel momento", diceva poi con una salda fede nelle proprie parole...
Tre giorni dopo uscì dal monastero, anche in accordo con la parola del suo starec defunto che gli aveva ordinato di "dimorare nel mondo".
sabato 14 aprile 2012
Cana di Galilea nei Fratelli Karamazov. Il miracolo delle piccole cose
| L'affresco di Dionisij nel Monastero di Feraponto (sito del museo del monastero, www.cultinfo.ru) |
Già e non ancora!
Per noi è già Pasqua e per gli ortodossi sta iniziando ora...
Il tempo della Pasqua si intreccia col tempo del calendario, in una vertigine di intrecci geografici, storici, spirituali. Che strano! Alcuni dei più grandi romanzi della letteratura russa hanno come tema cruciale proprio la Pasqua. Sono romanzi di resurrezione: intuita, adombrata - l'ombra della luce, (appunto, come cantava Battiato tempo fa...), ma mai raffigurata direttamente. Romanzi scanditi dalla liturgia della Settimana Santa, dai suoi giorni... Butto lì a istinto: I fratelli Karamazov, Il Maestro e Margherita, Il dottor Živago... Ma a ben vedere anche alcuni racconti di Čechov, l'Arciereo, per esempio...
Inizio allora per questa Pasqua in ritardo sul mio blog, come nei nostri cortili è in ritardo la Primavera che la prefigura, da Dostoevskij. Ne ho tradotto un brano.
Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov
Parte III Aleša, capitolo IV Cana di Galilea
Era già molto tardi per il monastero, quando Aleša giunse all'eremo; lo fece entrare il frate guardiano da un ingresso speciale. Erano appena suonate le nove: l'ora del riposo e della pace, dopo un giorno tanto angosciante per tutti. Aleša aprì timidamente la porta ed entrò nella cella dello starec, dove ora c'era la sua bara. Oltre a padre Paisij ritiratosi a leggere il Vangelo sulla bara e al novizio Porfirij, esausto per la conversazione della notte precedente e per il trambusto di quella giornata, che dormiva sul pavimento dell'altra stanza del suo pesante, giovano sonno, nella cella non c'era nessuno. Benché avesse sentito entrare Aleša, padre Pajsij non aveva neanche guardato dalla sua parte. Aleša si tenne a destra della porta in un angolo, si inginocchiò e cominciò a pregare. La sua anima era traboccante, ma in modo confuso, e nessuna sensazione emergeva, manifestandosi troppo, anzi, una scacciava l'altra in una specie di rotazione quieta e regolare. Ma si sentiva una dolcezza in cuore e stranamente non se ne stupiva. Di nuovo vedeva davanti a sé quella bara, quel morto tanto prezioso completamente coperto, non aveva in animo quella compassione tormentosa, sorda, intrisa di pianto, come prima di mattina. Davanti alla bara, appena entrato, era crollato come davanti a una immagine sacra, ma era gioia, gioia che splendeva nella sua mente e nel suo cuore. Una finestra della cella era stata spalancata, s'era cambiata l'aria e fatto freschino, "allora, l'odore si era fatto più forte, se si si sono decisi a spalancare la finestra", pensò Aleša. Ma anche questo pensiero dell'odore di decomposizione, che poco prima gli era sembrato così orribile e vergognoso, ora non suscitò in lui l'angoscia di prima e lo sdegno di prima. Cominciò a pregare quieto, ma ben presto si accorse egli stesso di stare pregando quasi macchinalmente. Frammenti di pensieri gli balenavano nell'anima e si incendiavano come stelline, e lì subito si spegnevano, alternandosi con altri, ma in compenso nella sua anima regnava un che di integro, saldo, consolante e lui stesso ne aveva consapevolezza. A tratti cominciava ardentemente una preghiera, aveva un tal desdierio di ringraziare e amare... Ma una volta iniziata la preghiera, passava all'improvviso a qualcos'altro, si faceva pensieroso, dimenticava la preghiera e anche quello che l'aveva interrotta. Stava per mettersi ad ascoltare quello che leggeva padre Paisij, ma davvero esausto, piano piano cominciò a sonnecchiare...
"Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea", leggeva padre Pajsij, " e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli".
"Le nozze? Cos'è... le nozze", frullò come un vortice nella mente di Aleša, "anche per lei c'è felicità... è andata al banchetto... No, non ha preso il coltello, non ha preso il contello... E' stata solo una parola "patetica" Be'... le parole patetiche vanno perdonate, assolutamente. Le parole patetiche consolano l'anima... senza il dolore sarebbe troppo insopportabile per gli uomini. Rakitin se ne è andato per il vicolo. Fino a quando Rakitin penserà alle offese, se ne andrà sempre per il vicolo... Mentre la via... la via è larga, diritta, luminosa, cristallina e c'è il sole alla fine... Ah!... che cosa stanno leggendo?"
"Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino»", sentì Aleša.
"Ah, già, qui mi sono perso qualcosa, e non volevo perderlo, è un passo che amo: è Cana di Galilea il primo miracolo. Ah, quel miracolo, quel caro miracolo! Non il dolore, ma la gioia della gente è venuto a visitare Cristo e compiendo un miracolo per la prima volta ha contribuito alla gioia della gente. «Chi ama la gente, ama anche la loro gioia...» Questo ripeteva ogni istante il defunto, era uno dei suoi pensieri più importanti... Non si può vivere senza gioia, dice Mitja... Già, Mitija... Tutto ciò che è vero e bello è sempre colmo di perdono per tutto, anche questo era lui che lo diceva...".
"E Gesù le dice: Che ho da fare con te, o donna? L'ora mia non è ancora arrivata. Dice la madre ai servitori: tutto quello che vi dirà, fatelo"
"Fatelo... La gioia, la gioia dei poveri, degli uomini molto poveri... Saranno stati certamente poveri, se neanche il vino per le nozze era bastato... Gli storici scrivono che intorno al lago di Genezaret e in tutti quei luoghi allora abitava la popolazione più povera che si possa immaginare... E doveva pur saperlo un altro grande cuore di un'altra grande creatura che si trovava là, Sua madre, che Lui non era venuto soltato per il Suo grande e terribile sacrificio, e che al Suo cuore poteva farsi strada anche la semplice, candida allegria di creature oscure, oscure e ingenue che lo avevano premurosamente invitato alle loro misere nozze. "L'ora mia non è ancora arrivata", dice Lui con un quieto sorriso (deve averle per forza fatto un sorriso mite)... E infatti era forse venuto sulla terra per moltiplicare il vino alle nozze dei poveri? E invece ci è andato e ha fatto come lei gli aveva chiesto... Ah, sta di nuovo leggendo..."
Per noi è già Pasqua e per gli ortodossi sta iniziando ora...
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